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La magia della Val d’Aveto in inverno

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La magia della Val d’Aveto avvolge l’ambiente anche durante l’inverno. La stagione più fredda dell’anno, infatti, stupisce ed incanta in questa valle dove la natura è regina incontrastata!

I tiepidi raggi del sole, così obliqui da descrivere ombre lunghe sulla distesa bianca di neve, danno colore a un paesaggio che sembra uscito da una fiaba. Anche qui come nella mia amata Scozia, pare di poter scorgere qualche folletto far capolinea tra i faggi dai lineamenti armoniosi.

La magia della Val d’Aveto dalla Scoglina

L’inverno è certamente per me la stagione in cui la natura dà il meglio di sè e la riserva a quei pochi che non si fermano davanti al calo termico.

E’ proprio con questa atmosfera di silenzio e di solitudine che ho raggiunto il passo della Scoglina (962 m. s.l.m.). E’ incredibile come scollinato, l’ambiente mi proiettasse subito in un clima nordico. La neve ha l’incomparabile privilegio di insonorizzare tutto ciò che circonda, dipingendo ogni cosa di bianco. Un paradiso per chi ama la montagna, per chi vuol far parlare la fotografia.

La distesa di neve imbianca l’ambiente

Il tratto fino al centro abitato di Cabanne, frazione del Comune di Rezzoaglio, attraversa qualche sporadica casa, che con il camino vivace lascia immaginare scene di vita familiare intorno al focolare.

Verso Cabanne

Dopo ogni curva si apre un paesaggio che invoglia a prendere la macchina fotografica e ad immortalare prati coperti da un manto immacolato di neve, boschi spogli dai rami ghiacciati.

La temperatura è rigida, ma il profumo dell’aria pulita fa venire voglia di camminare. Sarà che siamo stati costretti a casa, sarà che per me l’inverno è una stagione speciale, fatto sta che una gita fuori porta è davvero ideale per risollevare il morale.

L’ambiente prima di arrivare a Cabanne

E’ magnifico incontrare anche i cavalli, all’aperto, pur con le loro coperte termiche.

Il paesaggio offre scorci unici, specie lungo i corsi d’acqua. Qui i torrenti si aprono spazi tra la neve soffice che li lambisce. E mentre osservo e mi perdo nei miei pensieri, ecco il campanile di Cabanne che, con i suoi rintocchi, mi riporta alla realtà.

Cabanne

La frazione di Cabanne è un centro piccolo, ma sempre molto vivace, specie nella bella stagione. Qui, infatti, fanno sosta in estate comitive di motociclisti provenienti o dalla riviera, o dall’entroterra emiliano, o ancora dalla Val Trebbia.

In inverno, specie in queste giornate fredde, le moto sono rimaste probabilmente nelle rimesse. Al loro posto le auto di chi non vedeva l’ora di calpestare un po’ di neve.

Per togliermi dalla strada principale, alla ricerca di qualche angolo da immortalare, preferisco percorrere la stradina che attraversa il centro abitato. L’aria che sferza il viso è un toccasana, mentre avanzo tra case dai tetti immacolati e ruderi armoniosamente accarezzati dalla neve.

Cabanne con il suo campanile

Ambiente magnifico, ma purtroppo le brevi giornate invernali non consentono soste molto lunghe in montagna. Ma va bene così, non si può aver tutto, e a me dopotutto basta assaporare la neve e quei raggi obliqui del sole che sono una meraviglia.

Cabanne così a misura d’uomo in inverno è un’occasione imperdibile, è capace di trasmettere emozioni uniche, come del resto tutta la Val d’Aveto.

Quando il sole comincia a nascondersi dietro il monte, decido di riprendere la via del ritorno, ma con calma. Ad ogni curva mi pare di scorgere sempre qualche angolo che merita di essere immortalato, qualche scorcio che voglio riportare a casa, per rivederlo e riassaporare quell’atmosfera.

La magia della neve sui rami

L’incredibile della Liguria: fino al passo della Scoglina, nel viaggio di ritorno, ero completamente calata nell’inverno più rigido. Appena arrivata al passo, proprio dove si sorge una cappella dedicata alla Madonna, ecco scorgere in lontananza il mare. La ripida discesa che da qui inizia e che termina nell’incrocio con la strada della val Fontanabuona, riporta a un clima più mite.

Qui tutto è agli estremi: il mare e i monti, la neve e il sole, il ghiaccio e la mimosa in fiore. In un giorno si vive l’inverno e la primavera, occasione unica per emozioni forti. Provare per credere…

La magia della Val d’Aveto non è comunque solo nella stagione invernale, ma dura tutto l’anno. Un luogo fatto di natura, di tradizioni, di leggende ben radicate nell’ambiente.

FOTOGRAFIA E BENESSERE PSICOFISICO

L’era geologica che si è aperta oltre due anni fa ha portato alla luce alcune difficoltà nel relazionarsi con gli altri, specie di persona.

Chiusi in casa, si è pian piano insinuata in ciascuno di noi la paura dell’altro. Rapporti umani vissuti fino ad allora con assoluta spontaneità si sono trasformati nella materializzazione dell’altro come un nemico. Tutto ciò che fino ad allora ci veniva spontaneo improvvisamente ci è diventato ostile. Da qui le chiusure in noi stessi, l’isolamento e, in alcuni casi, l’inizio di problemi  che sono sfociati nei casi più gravi in disturbi psicologici.      

Non sono un medico, però ho vissuto e vivo anch’io la quotidianità con le sue difficoltà. E questo è un periodo davvero difficile, che probabilmente ha modificato in maniera irreversibile la nostra mentalità. Irrimediabilmente, a meno che non riusciamo a reagire, trovando in noi stessi la forza  e i motivi per cambiare l’inevitabile corso degli eventi.

Io ho trovato questa forza di reazione nella fotografia, senza studiarmi a  tavolino un reale fine da seguire per non sentirmi ingabbiata in quelle logiche folli. La fotografia è la manifestazione interiore del mio essere e vivendola in questo modo mi consente di affrontare quotidianamente le giornate, i mesi, gli anni con uno spirito diverso dalla maggior parte delle persone.  Sovente mi sono sentita dire in questo periodo: “Complimenti per la tenacia con cui riesci a reagire!” Da queste frasi, prima saltuarie poi via via più frequenti, ho cominciato ad analizzare il mio stato d’animo  e i miei interessi.

 Per me un ruolo fondamentale lo gioca la macchina fotografica, ma ritengo che comunque qualunque forma artistica ricopra certamente questo ruolo.  Così, di seguito, cercherò di spiegare come è avvenuto in me questo spostamento di attenzione da martellanti notizie sempre negative ad aspetti ed interessi percepiti positivamente. Con sviluppi sorprendenti anche nella valutazione della mia vita, fino a cercare di realizzare sogni che tenevo nel cassetto, e anzi trasformarli in progetti reali.

Fotografia e interesse come benessere

Ciascuno di noi ha uno o più interessi nella vita, che generalmente inseriamo nel grande scatolone degli “hobby”. Può essere un’attività culturale, sportiva, artigianale. Ma in ogni caso è un interesse che vogliamo noi LIBERAMENTE, e proprio qui sta il suo successo.

Il lavoro, lo stile di vita, non sempre sono situazioni che riusciamo a scegliere con piacere. Dobbiamo lavorare per vivere, e quindi se non riusciamo a fare quello che abbiamo in mente facciamo quello che ci capita, pur di avere uno stipendio che ci consenta di andare avanti. Stesso discorso per lo stile di vita: quante volte mostriamo un’esteriorità che non ci rappresenta, solo per assecondare l’attenzione degli altri e non sentirci esclusi dai circuiti sociali?      

Per i nostri interessi l’atteggiamento personale è totalmente diverso. Se decidiamo di andare a correre o di cominciare a dipingere o di seguire lo yoga lo facciamo per nostra scelta, perchè manifestiamo un interesse per queste discipline svincolato da un tornaconto materiale. Possiamo, in poche parole, asserire ciò: PRATICARE UN INTERESSE E’ UNA SCELTA LIBERA. O meglio, deve essere una scelta libera, altrimenti non è più un nostro piacere, ma rientriamo nel discorso iniziale degli obblighi.

La libera scelta, quando è reale, fa sì che la persona si senta spinta a realizzarla, fino al punto di maturare un obbiettivo che riconosce positivo in sé.

Per me la fotografia ha rappresentato un importante ritorno nel 2018, dopo un periodo di grave crisi personale. Già da ragazza avevo la macchina fotografica analogica e per me è stata una compagnia inseparabile per anni. Poi l’inserimento nel mondo del lavoro, le priorità della vita che cambiano, e improvvisamente ti trovi a dare importanza solo a ciò che è monetizzabile, perché comunque devi vivere. O sopravvivere, dipende dai punti di vista.

Fino al 2018. In una frazione di secondo, la vita ti cambia totalmente e ti rendi conto che ad accantonare tutto ciò che è tuo interesse è un grave errore. Qualche giro nel negozio di attrezzatura fotografica, un po’ di informazioni raccolte, e poi la decisione per un acquisto di un prodotto entry. Conviene sempre iniziare dal livello base, anche per imparare a maneggiare la macchina fotografica digitale con personalità. Ormai il primo passo era fatto. L’interesse iniziale era nel capire come utilizzare la reflex. E la soluzione migliore era andare in giro e cominciare a scattare.

Il secondo passaggio è stato seguire un corso che introducesse alla fotografia. Un modo anche per conoscere altre persone, e parlare di argomenti positivi.

Il successivo passo avanti è stato cominciare a capire su quale tipo di fotografia manifestassi più interesse. Con questi passaggi successivi sono arrivata all’inizio del 2020, quando il buio è calato inesorabile sull’Italia. Sembrava di vivere sospesi. Il silenzio era squarciato dalle sirene dell’ambulanza che costantemente apriva ferite nel mio animo.

Consapevolmente o inconsapevolmente, ho seguito il mio interesse, approfondendo intanto la post-produzione e l’archiviazione degli scatti della vita precedente il Covid. E’ stato un impegno che mi ha occupato molto tempo, ma mi ha portato anche ad essere più critica sul mio lavoro. Ormai mi ero resa conto che la mia mente lavorava dietro la fotografia anche quando non me ne occupavo direttamente. Il mio interesse stava diventando qualcosa in più di un hobby.     

Concentrazione durante l’attività fotografica

E’ proprio in questo passaggio da sporadico interesse a passione che ha assunto un aspetto importante la CONCENTRAZIONE.

Concentrarsi su ciò che si sta facendo significa essere assorbiti, non asserviti, a un certo obbiettivo. Significa che corpo e mente riescono ad estraniarsi dall’ambiente esterno. Stanno seguendo una manifestazione del proprio stato d’animo che gli sta lanciando proposte positive. E naturalmente la nostra mente tende alla ricerca del proprio benessere, individuandolo in ciò che la rivitalizza.

Progressivamente, ci si rende conto che quando si segue un proprio interesse tutte le tossine nocive accumulate in noi cominciano a scomparire. Ciascuno di noi, se interroga il proprio io, è in grado di individuare le proprie reazioni. Il bambino forse lo fa più istintivamente, l’adulto più razionalmente, ma in entrambi i casi l’impulso viene da dentro di noi. La concentrazione come secondo passaggio, dopo aver individuato l’interesse, ha fatto in modo che nel periodo del lockdown cominciassi a pianificare i miei progetti. In questo modo, consapevole del fatto che potevo contare su ampio tempo a disposizione per dedicarmi al mio interesse, potevo curarlo fin nei minimi particolari.

La concentrazione su un progetto da me voluto ha rappresentato una spinta decisiva per isolarmi da tutte le notizie negative che giungevano da ogni parte. La mia mente era focalizzata più su altri binari che mi avevano portato a guardare alle difficoltà della vita, il Covid come altre, in maniera più distaccata. Non per mancanza di sensibilità, ma perché la mente, quando non è assorbita solo da un unico argomento, riesce a essere sgombro da condizionamenti. Questo per qualunque motivo: problemi sul lavoro, problemi familiari, problemi economici. E’ un po’ come calarsi in un mondo fantastico, rendendolo reale.

Questo è uno dei vantaggi della concentrazione su un obbiettivo positivo. Ci si sente rinfrancati e assolutamente propositivi per sé e per gli altri. Come si dice nel linguaggio corrente: ESSERE SUL PEZZO. I nostri interessi vanno coltivati con impegno e concentrazione, senza rimandare.

Consapevolezza nella fotografia

Un altro aspetto molto importante che ha contribuito e contribuisce quotidianamente a concentrare l’attenzione su aspetti positivi è la CONSAPEVOLEZZA . Nel mio caso, la consapevolezza si è manifestata quando ho cominciato a realizzare che pensare alla fotografia nelle sue diverse forme mi rigenerava. Per esempio, la preferenza accordata ad un libro di storia della fotografia piuttosto che al martellamento mediatico contribuisce a tenere sotto controllo lo stato ansioso tipico delle sollecitazioni da stress. E’ la consapevolezza di mettersi in gioco in un’attività sempre nuova, se la si riesce a manifestare così come scaturisce dal nostro stato d’animo. Pensare a un progetto fotografico è partire infatti da un’IDEA, pensare a come realizzarla, fare proprio uno schema di programma su come possiamo attuare il tutto, avviare la nostra attività. Gli scatti in genere non si risolveranno in una sola uscita, ma consisteranno in più interventi, perché ogni volta che il lavoro viene scaricato a pc ci si scoprirà molto critici. La critica è infatti rappresentata dal vedere o meno riflessa la propria idea nei contenuti che si passa a visualizzare. Proprio in questa fase si capisce quanto siamo stati concentrati nella fase di scatto, perché se mettiamo in contatto mente, spirito e corpo (attraverso l’attività manuale di utilizzo della macchina fotografica), il risultato è più vicino a quello che abbiamo individuato. Quando ci lasciamo fuorviare da altri pensieri e non siamo in sintonia con quello che stiamo facendo, il risultato non ci darà soddisfazione.

Ritengo che proprio il corretto approccio ci dia il giusto metodo per trovare soddisfazione in ciò che stiamo facendo, ripulendo la mente da altre tossine. Questa esperienza è tanto più utile quanto più la si condivide con altre persone che magari sviluppano interessi diversi dalla fotografia. Infatti, alla fine tutti questi percorsi tendono ad un medesimo fine: elevare la persona al di sopra dei condizionamenti esterni. Prestando attenzione a questo processo mentale e cercando di condividerlo con chi si dedica ad attività creative è comunque emersa una similitudine nel processo mentale ed emotivo. Proprio su questa considerazione è nata una maggiore consapevolezza di come per me la fotografia diventi terapia del benessere. La consapevolezza di ciò avvia un processo di miglioramento del proprio stile di vita e una radicale modifica, oltre che del ritmo degli impegni quotidiani, anche delle priorità da seguire. 

Realizzazione del progetto fotografico

E veniamo all’ultimo aspetto di questo approccio motivazionale: sviluppare la realizzazione del progetto. E’ stata la fase finale di tutto il lavoro fin qui seguito: vedere realizzato ciò per cui si è dedicate tante energie. Nel mio caso la manifestazione finale è stata nella pubblicazione del mio ultimo libro “Sfumature dorate di Scozia”, dove finalmente ho voluto sottolineare pensieri esprimendoli sia in parole sia in immagini. Il rivivere con il pensiero un tour fotografico autunnale nella Scozia centrale è stato un riassaporare certe emozioni, un immedesimarsi di nuovo in quella settimana di studio della luce e di atmosfere che si rimpiangono. Ma è stato anche un momento nel quale ho organizzato corsi di “Diritto e fotografia”, per cercare di trasmettere diritti e doveri a chi si approccia a questa forma d’arte in un Paese ove la burocrazia regna sovrana. Il cammino sta procedendo, con sempre nuovi progetti, tra i quali quello di percorsi turistico fotografici per aiutare ad immortalare nel modo migliore scorci panoramici e di forte impatto emotivo.

Questo breve percorso emozionale, scritto con l’obbiettivo di condividere con chi interessato le proprie esperienze, è solo un punto di partenza per allargare la visione del proprio modo di esprimersi e riuscire a migliorare la qualità della vita.

Diretta Instagram
del 9 Aprile 2022

Cliccate sul titolo qui sopra per vedere la diretta Instagram.

HOTEL PORTOFINO

A poco meno di un mese dal lancio su Sky di “Hotel Portofino” proviamo a farne un primo bilancio. E lo facciamo dopo aver parlato niente meno che con Walter Iuzzolino, CEO di Eagle Eye Drama che ne ha curato la produzione.

LA TRAMA DI HOTEL PORTOFINO

La trama è già nota al pubblico: Bella Ainsworth, interpretata da Natascha McElhone, si trasferisce negli anni ’20 in Italia per gestire un albergo in stile britannico. Ambientato nella splendida cornice della costa ligure di levante, “Hotel Portofino” si presenta come un dramma familiare che si snoda intorno a un grande mistero.

Tutto improntato sul period drama, la miniserie richiama alla mente “Downtown Abbey”, pur con le differenze inevitabili, ma di cui si attende di seguire il medesimo successo.

IL FILO CONDUTTORE

Quindi, la storia, che si dipana intorno ad un delitto, il cui mistero verrà svelato solo all’ultimo, garantisce allo spettatore suspense, ma anche una minuziosa ricostruzione storica dell’Italia agli albori dell’ascesa di Benito Mussolini. La dovizia storica e l’ambientazione italiana, specie degli esterni, sulla costa ligure offrono così allo spettatore due ingredienti di assoluto successo.

Le scene degli interni, invece, sanno molto di Croazia, che ha ospitato nell’estate del 2021 il cast per le riprese.

IL CAST DI HOTEL PORTOFINO

Oltre alla già citata Natascha McElhone, figurano nel cast Mark Umbers nei panni del pericoloso marito di Bella. Ma ci sono anche presenze italiane come Daniele Pecci e Lorenzo Richelmy ad interpretare due eleganti nobili italiani.

Ma “Hotel Portofino” è anche un’occasione di ritorno nella sua Liguria per Walter Iuzzolino. E di rientro dalla porta principale, considerando anche il particolare interesse mostrato da Regione Liguria per la scelta fatta della location. Questo in un più generale contesto di richiamo turistico che da anni la regione sta sponsorizzando. Indubbiamente, la zona tra Genova e Portofino offre uno spaccato di bellezze naturali davvero invidiabile, e riempie di orgoglio pensare che una produzione inglese l’abbia scelta fra le varie alternative.

Trasferire un contesto tipicamente britannico in Liguria ricorda comunque un legame che in passato è stato molto presente. Così, basti citare scrittori che a lungo hanno soggiornato nelle varie località della regione, come George Byron, Mary Shelley, Joseph Conrad, Charles Dickens, solo per citarne alcuni.

Ma anche i soldati britannici che nella regione, complice un clima mite, venivano in convalescenza dalle fatiche di guerra.

CONCLUSIONE

Per quanto riguarda “Hotel Portofino” il tratto e la narrazione sono certamente raffinati e coinvolgenti.

Ci sarà una seconda serie? Anche per rispondere alla curiosità dello spettatore lo chiediamo a Walter. “Se ti dicessi che ci stiamo lavorando?”

Già, è sempre un’energia inesauribile Walter Iuzzolino, che lo porta ad affrontare nuove sfide con grande determinazione.

Non ci resta che aspettare la seconda serie, godendoci nel frattempo la prima.

La Val d’Aveto da assaporare

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Giro per la valle più bella del mondo, la Val d’Aveto tra la Città Metropolitana di Genova e la provincia di Piacenza

“Oggi ho attraversato la valle più bella del mondo”. Così Ernest Hemigway scriveva nel suo diario le impressioni provate attraversando la Val d’Aveto nel 1945, al seguito di una colonna motorizzata, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

Situata sul crocevia tra la Città Metropolitana di Genova e la provincia di Piacenza, la Val d’Aveto deve il suo nome all’omonimo fiume che la attraversa, lasciandosi alle spalle il Mar Ligure, e inseguendo la vallata del Po all’interno.

La Val d’Aveto

Luogo incontaminato, Parco regionale di straordinaria bellezza, rappresenta uno scrigno naturale in grado di affascinare il visitatore in qualunque stagione dell’anno.

La natura non finisce mai di stupire in Val d’Aveto

Così, d’estate è meta sia di esperti escursionisti che si inerpicano sulle cime del Maggiorasca o del Penna, sia di famiglie alla ricerca del fresco, sfruttando anche l’estesa faggeta del monte Penna. D’inverno è punto di ritrovo di sciatori e di amanti di ciaspolate. In ogni caso, la sua natura incontaminata non delude nessuno.

La sua natura

Abitata fin dall’antichità dalle primordiali popolazioni liguri, la Val d’Aveto coniuga bene i tratti di una natura che addirittura ospita laghetti di origine glaciale, nella riserva orientata delle Agoraie, ma anche nel laconico lago delle Lame, foreste secolari, come la già citata foresta del Monte Penna, con centri abitati dove la storia ha scritto pagine importanti.

La sua storia

I monaci, di passaggio verso l’abbazia di Borzone, sito imperdibile nei pressi del centro abitato di Borzonasca, al pari dei resti della chiesa nel bosco di San Martino di Licciorno, hanno lasciato tracce del loro insediamento già nella piccola frazione di Villa Cella.

Infatti, procedendo dopo il centro di Cabanne in direzione Rezzoaglio, si svolta a destra inerpicandosi per una stradina stretta e irta che termina all’inizio del borgo di Villa Cella, con la sua chiesa antica di San Lorenzo e l’annesso mulino. La struttura risalirebbe al 1103 e oggi il centro offre anche sentieri, per tutte le difficoltà.

Villa Cella e il suo mulino

I prodotti tipici della Val d’Aveto

Ma la valle prosegue fino al centro più importante, Santo Stefano d’Aveto, Bandiera Arancione del Touring Club. Dell’antico insediamento è rimasto il castello dei Fieschi e il nucleo abitato intorno ad esso. La zona pratica ancora la tradizione della “comuneglia”, di origine pre-romana, ovvero un’area delimitata da un sentiero orizzontale indicante la zona ove tutti sono proprietari con pari diritti sul territorio e sui suoi proventi.

La val d’Aveto offre anche al visitatore cibi locali genuini di qualità. Non mancano i caseifici, sia a Santo Stefano sia nelle frazioni di Rezzoaglio come Parazzuolo, che lavorano il latte, soprattutto delle mucche cabannine, una razza autoctona.

Nel Comune di Santo Stefano, poi, merita una visita l’antico mulino ad acqua, ancora perfettamente funzionante, ove è possibile acquistare farine di grano, di ceci, di castagna, di granturco.

Tra i prodotti locali, infine, non vanno dimenticati le uova di galline ruspanti, le patate, la carne di piccoli allevamenti locali, il miele degli apicoltori.

Ma per gli esperti di piante spontanee, nella buona stagione si possono anche raccogliere, oltre ai frutti di bosco, le piante officinali da far essiccare come valido ingrediente per insaporire le pietanze di ritorno a casa.

San Martino di Licciorno

Il presente articolo è lo stesso che mi è stato pubblicato sul sito “Turisti per caso” – diari di viaggio. Il link è : https://turistipercaso.it/diari-di-viaggio-gallery/val-aveto-liguria/autunno7707firma-3/

La direttiva UE n. 2019/790: aggiornamenti

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La direttiva UE sul copyright, la n. 2019/790, è stata recepita in via preliminare nell’agosto scorso dal Consiglio dei Ministri e solo a novembre ha dato il via libera definitivo.

Iter legislativo della direttiva n. 2019/790

Il recepimento in Italia della direttiva n. 2019/790 è quindi arrivato con la bozza del decreto legislativo. Un passo avanti anche nell’armonizzazione e recepimento delle osservazioni emerse nelle Commissioni parlamentari. Ma quali sono gli aspetti principali che cambieranno l’utilizzo dei dati condivisi in rete e che è utile che tutti i fruitori dei social sappiano?

Principio della “giusta remunerazione”

Forse il primo aspetto che coinvolgerà la grande platea di appassionati che condividono fotografie sui social è il riconoscimento della “giusta remunerazione“. In altri termini, la direttiva europea ha posto l’attenzione sulla necessità di riconoscere una remunerazione all’autore dei diritti concessi in licenza. Questo principio si traduce in un dovere di trasparenza, anche da un punto di vista contrattuale, da parte delle piattaforme nei confronti degli autori. Ciò sta a significare, in altri termini, che, per esempio, l’utilizzo che possono fare le piattaforme telematiche del materiale fotografico pubblicato per finalità commerciali è soggetto all’obbligo di compensare l’autore dello stesso. Il tutto nel pieno rispetto di clausole contrattuali sottoscritte da entrambe le parti.

Ovviamente è da ritenersi che sarà cura del legislatore precisare il significato di “giusta remunerazione”, essendo detto termine passibile di interpretazione non univoca. Dovranno quindi essere precisati i requisiti alla base della quantificazione del compenso. In particolare, si ritiene che il concetto di equa remunerazione debba essere legato al tipo di utilizzo del materiale fotografico e al suo inserimento in una eventuale politica di marketing.

Le osservazioni delle commissioni parlamentari

Il lavoro delle Commissioni parlamentari ha fatto emergere principalmente la necessità di garantire chiarezza contrattuale. Ciò al fine di tutelare gli autori in caso di utilizzo non specchiato delle loro opere, superando la nebulosità finora esistente.

Per questo il lavoro delle Commissioni parlamentari si è concentrato in particolare sulla corretta individuazione dell’autore dell’opera. In quest’ottica si ritiene necessario che l’autore metta in pratica tutti quegli accorgimenti per tutelare le sue opere. A tal riguardo si rimanda ai miei precedenti interventi sull’argomento, in questo sito, per individuare le modalità pratiche .

Nel caso sorgano contestazioni circa la paternità delle opere e di conseguenza si contesti la giusta remunerazione per il suo utilizzo, si è previsto il ricorso alla negoziazione assistita, strumento per dirimere le controversie. In questo contesto, per un appianamento delle opposte posizioni negoziali, si è prevista l’assistenza dell’Agcom. Per questo si è infatti precisato che, laddove le parti non abbiano raggiunto un accordo circa l’equo compenso, l’entità dello stesso dovrà essere stabilita da Agcom.

Eguali diritti sono poi stati riconosciuti ad una vasta platea di figure professionali, tra le quali si ricordano i doppiatori, i traduttori, gli adattatori di dialoghi.

Naturalmente l’attuazione pratica della direttiva UE potrà evidenziare margine operativo ed eventuali criticità del testo. Questo non solo per quanto attiene alla tutela degli autori, ma anche per la tutela in capo alle agenzie di stampa.

Conclusioni

In conclusione, si consiglia di prestare adeguata attenzione alla nuova disciplina relativa al copyright. In particolare, proprio in prospettiva dell’utilizzo sempre più diffuso di materiale fotografico in rete, l’attenzione all’attuazione della direttiva n. 2019/790 deve essere massima. Conoscenza quindi, della disciplina e corretta applicazione della stessa. Attenzione al riconoscimento dei propri diritti, ma anche applicazione di accorgimenti atti ad attribuire con certezza il bene al suo autore.

Per ulteriori approfondimenti si invita a contattare la scrivente attraverso la mail del sito.

“Sfumature dorate di Scozia” il mio nuovo libro

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E’ uscito di recente l’ultimo mio libro “Sfumature dorate di Scozia”, un percorso fotografico in autunno parallelo ad uno introspettivo e sensoriale. Marina Denegri, giornalista de “L’Opinionista”, ne ha parlato di recente in un suo articolo che riporto negli aspetti principali, unitamente al link, per chi fosse interessato alla lettura integrale.

“Sfumature dorate di Scozia”

“GENOVA – Si chiama “Sfumature dorate di Scozia” ed é il nuovo libro di Paola Chiappini,  disponibile sia nelle librerie sia online sui canali Amazon, Lafeltrinelli, Mondadoristore, Libraccio e Libreria Universitaria.

Un viaggio fotografico vissuto in autunno nella Scozia centrale, alla ricerca delle sfumature cromatiche dipinte sui suoi alberi. Alla scoperta di luoghi magnifici, che mostrano tradizioni specifiche di un popolo contraddistinto dalla fierezza. Attraverso l’esperienza personale che si sviluppa nelle pagine del libro, si incontrano momenti di approfondimento sulle località visitate, sulla loro storia e sui loro piatti caratteristici. Così al viaggio in senso geografico se ne è collegato anche un altro più introspettivo, frutto di emozioni, di stati d’animo e di silenzi vissuti in un accrescimento personale davvero sorprendente. L’area visitata è circoscritta a una cinquantina di miglia, o poco più, e alterna località famose ad altre assolutamente fuori dai circuiti turistici. In tutte, però, è la natura a giocare il ruolo della protagonista, in un bilanciamento di rispetto reciproco con l’uomo”.

La Scozia e l’autunno

L’idea di un viaggio fotografico in Scozia in autunno lo avevo programmato da tempo, poi, per un motivo o per un altro, ho dovuto più volte rimandare. L’occasione è capitata nell’ottobre 2019, proprio nel momento considerato di massima esplosione dei colori. Infatti, la metà di ottobre è segnalata dall’ufficio turistico scozzese come il miglior periodo per i fotografi. E in effetti la mia attesa è stata ripagata. Un viaggio fotografico per immortalare i colori dell’autunno è perfetto a metà ottobre.

Parola e fotografia nel libro

“Nel libro grande risalto si dà alle fotografie come alle parole. “Entrambi rappresentano un linguaggio nel quale mi riconosco. -spiega la Chiappini- Scrivere con le parole e scrivere con la luce è un percorso parallelo, ma anche convergente, un viaggio introspettivo nel quale riversare i propri pensieri, passioni e stati d’animo. É un libro totalmente diverso dai miei precedenti – conclude- Ma, d’altronde, io sono così: non riesco ad arginarmi entro un settore specifico. Ho bisogno sempre di nuove sfide, di nuovi approfondimenti”.

In effetti l’obiettivo di questo libro è di narrare un percorso fotografico, ma anche introspettivo usando due linguaggi diversi e paralleli. La fotografia, al pari della parola, ha il grande dono di trasmettere un forte impatto emotivo. Quell’emozione che io provo in ogni viaggio in Scozia, ma che ho vissuto con grande partecipazione grazie ai colori autunnali.

Sono al mio quarto libro, cimentandomi in un genere diverso dai precedenti. Sono infatti passata da “The incredible adventures of Viperfish Otter”, libro di favole in inglese, a “La legge é uguale per tutti”, un romanzo, infine “Anselmo d’Incisa medico della Genova Medievale”, di argomento storico.

Per chi fosse interessato ad acquistare il libro, lo si può ordinare online oppure contattandomi anche attraverso la mia mail o iscrivendosi alla newsletter.

“Sfumature dorate di Scozia”, il nuovo libro di Paola Chiappini

Nadia Massa fotografa della persona

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Voglio iniziare questa nuova rubrica “focus artisti” con un’intervista a Nadia Massa, fotografa amatoriale, ma di pregio, di Genova.

Ciao Nadia, parlami di te, di quello che fai nella vita

Sono laureata in scienze pedagogiche e lavoro come educatrice in un asilo nido con  bimbi dai 12 ai 36 mesi. Mi piace molto il mio lavoro e tutto ciò che è inerente alla formazione e alla crescita umana. E poi coltivo molte passioni: soprattutto la fotografia, ma mi piace molto anche l’arte. Adoro visitare mostre e musei, amo camminare e stare a contatto con la natura,  mi ricarica!

Nadia Massa fotografa: quando e come hai iniziato?

La mia passione per la fotografia ha radici lontane. Un giorno di molti anni fa mio papà arrivo a casa con una Fujica AX3, ovviamente a pellicola, e così cominciai ad imparare le basi indispensabili per portare a casa, o meglio, sviluppare una foto decente. Poi, con gli anni, arrivò il digitale, con cui ora scatto. Ma posseggo ancora la mia prima reflex, insieme ad una piccola collezione di macchine fotografiche dei primi del 900 che oggi arredano la mia casa.

La tua formazione umanistica quanto influisce nel messaggio fotografico che tu vuoi trasmettere?

E’ sicuramente alla base di tutto, mi ha portato a interpretare la fotografia come espressione del fotografo. La tecnica, che resta ovviamente fondamentale, è strumento e non fine. Nelle mie foto, più o meno consciamente, c’è sempre la persona al centro, anche quando non è neppure nella fotografia! Mi è impossibile pensare ad uno scatto solo da un punto di vista tecnico. Quando dico che la persona è al centro del mio lavoro mi riferisco anche a me stessa. Il mio vissuto, le mie emozioni, i miei ricordi, anche se non sempre espressi con consapevolezza. Sovente me ne accorgo dopo del significato dei miei scatti e mi faccio una bella risata . Mi piace dire che scatto di “pancia “.

Quali generi fotografici ami di più?

Sicuramente il reportage, il ritratto e la street photography. In tutti questi generi ovviamente ruolo centrale è la persona con cui mi piace entrare in contatto ed emozionarmi.

Per quanto riguarda la street è un po’ più difficile entrare in contatto vero e proprio con i soggetti. Mi fermo, li osservo, lascio che i loro gesti, le posture e gli atteggiamenti mi raccontino loro storia. E Genova con il suo centro storico è un luogo incredibile per questo genere fotografico.

Che attrezzatura fotografica hai e cosa usi di più?

Posseggo sia mirrorless che reflex. Sicuramente, considerando la mia esperienza con il digitale, prediligo macchine un po’ più meccaniche, se cosi si può dire. Infatti, la reflex è il mio corpo preferito. Sono un’amante delle lenti fisse, prediligo scattare cosi. Posseggo un 35 mm, un 50 mm e un 90 mm. Poi ho anche degli zoom, ma l’ottica fissa è un’altra cosa! Infatti, si è obbligati a essere più dinamici, a piegare le gambe, a fare “fatica”. Tutto questo ti fa entrare maggiormente nella scena e lo scatto ne trae benefici .

Bene Nadia, è stata una piacevole chiacchierata. Per chi fosse interessato a conoscere la tua attività fotografica, possiamo rinviarli alle tue pagine Instagram e Facebook direi…

Ponte Organasco in Val Trebbia

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Gita di un giorno, non lontano da Genova, a Ponte Organasco. La ricerca di borghi storici questa volta mi ha portato in Val Trebbia, scavalcando l’immaginaria linea di confine che separa la provincia di Genova da quella di Piacenza.

Val Trebbia

La Val Trebbia è una vallata in cui la storia ha scritto fatti degni di nota. Il vicino centro cittadino di Bobbio rimanda ad importanti figure della Chiesa, come San Colombano, che ancora oggi rappresentano un simbolo indelebile.

Poi, se si considera l’influenza della Repubblica di Genova, da un lato, e delle potenti famiglie nobili locali, dall’altro, ben si comprende l’importanza di tutta questa vallata.

Nel crocevia tra le provincie di Genova, Pavia e Piacenza sorge un borgo che già aveva attirato la mia attenzione durante una mia ricerca in rete: Ponte Organasco per l’appunto.

Ponte Organasco e la sua storia

Piccolo borgo ben conservato, sorge immediatamente sotto la strada principale della Val Trebbia. Parcheggiata l’auto, si raggiunge a piedi il paese e subito ci si immerge in un altro mondo. Le stradine lastricate, le case rigorosamente in pietra, la chiesina accanto al palazzo nobiliare: tutto è al posto giusto.

Il caratteristico borgo

Proprio il palazzo nobiliare attira l’attenzione: il suo volto sorretto da colonne in pietra rimanda ad un passato che si perde nel Medioevo. Dapprima mastio difensivo (XI secolo), fu poi ampliato dalla Repubblica di Genova a edificio romanico gentilizio, addirittura con un camminamento di ronda chiuso.

L’ampio cancello inibisce l’ingresso al sistema di volte, anche perché è una dimora privata, ma si riesce lo stesso a godere di una bella immagine d’insieme.

Le volte di entrata al palazzo nobiliare

La cappella attigua, leggendo il vicino cartello informativo, in realtà risultava essere in origine una costruzione minore, adibita a massarium. Tra i personaggi noti del passato e qui ospitati spicca il vescovo di Bobbio Sant’Antonio Maria Giannelli.

Continuando a camminare lungo il percorso principale del borgo, si aprono di tanto in tanto, a destra e a sinistra, brevi percorsi, che si perdono, ora in un nuovo portone, ora scendendo in un passaggio che, uscendo dal paese, conduce al fiume Trebbia.

Il tutto avvolto da un silenzio quasi irreale. E’ incredibile: mi aggiro da sola tra le case, scattando fotografie indisturbata. Se si eccettua il saluto a due persone, avrei detto di trovarmi in un paese completamente disabitato. E’ una strana sensazione, ma per me, che faccio fatica ad immortalare i soggetti, costituisce la situazione ideale.

Il giro si chiude in breve, troppo in fretta, il borgo non è molto ampio, però è davvero meritevole, perché comunque rappresenta il giusto connubio tra storia, architettura e “palestra fotografica”.

Prima di risalire in macchina, mi fermo alla piazzetta iniziale dove una fontanella cadenza il tempo con il tintinnio dell’acqua che scivola giù. Tanto per confermare il silenzio che c’è: si sente il cadere a terra del sottile rivolo d’acqua.

Ritorno al presente

Pian piano che mi lascio alle spalle la piazzetta, attraverso velocemente i secoli per ritornare prepotentemente ad oggi. L’ultimo muro in pietra che delimita un giardino privato lascia il posto alla strada asfaltata, quindi alle auto parcheggiate ai suoi lati. Infine, salgo nella mia e mi dirigo all’incrocio con la strada statale della Val Trebbia, con il suo traffico frenetico. In cento metri ho attraversato dieci secoli, un passaggio davvero veloce …

Le strette vie del borgo

Passo Falzarego tra riprese televisive e natura

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Passo Falzarego: le Dolomiti che si stagliano alte in un cielo azzurro intenso. Una delle meraviglie della montagna che non è passata inosservata anche alla telecamera televisiva.

Passo Falzarego

Situato a 2105 metri di altitudine, il Passo Falzarego apre un varco verso la Val Badia, ma soprattutto è un collegamento tra l’Agordino e Cortina d’Ampezzo. Infatti, la Grande Strada delle Dolomiti passa proprio di qui. Il tratto tra Arabba e Cortina fu inaugurato addirittura nel 1909.

Per gentile concessione di Raniero Campigotto

Quindi, zona non priva di spunti di interesse notevoli. Ne ho parlato volentieri con Raniero, che gestisce in zona un rifugio per escursionisti con annessa suite a cinque stelle.

“Raniero, che mi dici delle riprese di “Un passo dal cielo 6”?

“Un passo dal cielo”… Incredibile vedere dalla finestra come la troupe televisiva curasse in ogni minimo dettaglio le riprese. I luoghi che si conoscono così bene vengono letti in chiave televisiva con risultati assolutamente reali. Locali che diventano sede del commissariato, rifugi che ben si prestano per trasformarsi nella casa di chi ama vivere la montagna. Tutto prende forma nel copione.

“Passo Falzarego comunque era già famoso prima dell’arrivo della televisione”

Sì, certamente sì. Una località davvero fantastica che offre opportunità escursionistiche in estate e sciistiche in inverno decisamente notevoli. La televisione ha certamente l’innegabile vantaggio di portare a conoscenza di tutti le meraviglie della nostra Italia. Magari ora diventerà una meta turistica ancora più ambita, anche se nei mesi di bassa stagione si riesce ad assaporare il meglio di questi luoghi.

“Ti va di raccontarmi la vita qui a novembre?”

Quando non c’è turismo Passo Falzarego diventa sinonimo di silenzio, profumo di aria fresca e pulita, di contatto con il cielo. Tutto diventa un viaggio interiore, vissuto attraverso i richiami silenziosi della natura. Questo legame tra la terra e le cime delle montagne che, come braccia, si protendono verso il cielo, uniscono terra ed aria in un tutt’uno.

Per gentile concessione di Raniero Campigotto

“Mentre parlavi mi immaginavo una notte qui sotto le stelle…”

 E’ un’esperienza tanto magnifica quanto unica. Le emozioni che si provano a trascorrervi una notte sotto un tetto stellato sono difficili da descrivere.

“Proviamoci, però, raccontaci…”

Certo. Immergiamoci in una notte nelle Dolomiti ampezzane. Pensiamo a una struttura isolata con camera in vetro, per una veduta a 360 gradi tra le imponenti montagne e l’impressione di toccare le stelle con un dito: lo Starlight. E’ un’idea brevettata nel 2016: una stanza in legno con pareti in vetro. Non è così frequente la possibilità di fare questa esperienza, che da un certo punto di vista ti cambia la vita. Nel senso che il contatto così stretto con la natura, lontano da inquinamento acustico e luminoso ti proietta in una dimensione fuori dalla quotidianità.

“Quindi, potremmo dire, Passo Falzarego tra riprese e isolamento…”

Direi Passo Falzarego riscoperto a pieno titolo dal piccolo schermo, ma anche località capace ancora di garantire spazi incontaminati, in cui l’uomo entra in punta di piedi nel mondo naturale e rimane a bocca aperta. Si è consapevoli che il grande eco scatenato dalla televisione è in grado di calamitare molti turisti in una zona comunque già conosciuta ed apprezzata, però credo che la Starlight room sia lì a dimostrare la possibilità di vivere la montagna anche in un modo diverso, più interiorizzato, senza per questo rinunciare ai comfort della società moderna. Sono, cioè, due modi diversi di vivere lo stesso ambiente, a seconda delle proprie inclinazioni.

“Raniero, credo che tu abbia attirato l’attenzione di chi ti legge”

Lo spero, anche perchè per me sono luoghi cui sono molto legata. In questo generale clima di riscoperta dell’Italia ben si presta un ventaglio di proposte per tutti i gusti. E’ stata bella questa chiacchierata, grazie …

Per gentile concessione di Raniero Campigotto

San Martino di Licciorno

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Camminando lungo il sentiero nel bosco ecco apparire all’improvviso sulla destra i ruderi della chiesa di San Martino di Licciorno.

Davanti al sagrato della chiesa nella frazione di Sopralacroce, lungo la strada che si distacca da Borzonasca, ecco iniziare il sentiero contrassegnato da tre punti ossi. Attraversato il ponticello sul torrente, si prosegue a destra fino a un incrocio individuato da un paletto segnaletico. Qui si prosegue lungo il sentiero individuato da due linee rosse parallele.

Il sentiero

Da Sopralacroce il sentiero corre prevalentemente attraversando il bosco. In circa mezz’ora si raggiunge il sito di San Martino di Licciorno. La sua caratteristica di correre all’ombra lo rende percorribile anche in estate. Inoltre, non essendo particolarmente impegnativo, a parte per un paio di strappi di salita ripida, è godibile da qualunque tipo di escursionista.

A partire dal mese di maggio, inoltre, i volontari del luogo contribuiscono alla pulitura e messa in sicurezza del percorso, in modo da renderlo fruibile a tutti.

San Martino di Licciorno

Tradizione vuole che il sito di San Martino di Licciorno sia stato eretto intorno all’anno 1000 dai monaci della vicina abbazia di Borzone. Situata su una delle vie del sale, l’area aveva come obiettivo il garantire ospitalità ai pellegrini di passaggio. Impossibile non immaginare la vita in questi luoghi mille anni fa, in questo luogo il cui toponimo già richiama alla mente il bosco di lecci.

La tradizione popolare vuole San Martino come la più antica parrocchia della zona, sostituita nel 1498 da quella di Santa Maria Assunta di Prato. La collocazione strategica della chiesa rispetto alle altre borgate della zona consentiva ai fedeli di presenziare agli uffizi religiosi.

La sua ricchezza e il suo potere pare ridursi, documenti alla mano, intorno al XVIII secolo, quando compare nel novero delle chiese rurali povere. Infatti, fu anche necessaria una raccolta di elemosine per procedere ai suoi restauri. Il ruolo dei Padri Trinitari, una confraternita laica, nel raccogliere i fondi, testimonia la loro esistenza in loco almeno dal 1731.

Tradizione vuole che accanto alla chiesa vi fosse anche un cimitero, oggi scomparso. Credenze popolari consigliavano di non imboccare il sentiero per San Martino di Licciorno dopo il tramonto, per non imbattersi in qualche visione spaventosa. Si narra infatti che una donna, volendo dare una prova di coraggio, trascorse un’intera notte al cimitero. Per ingannare il tempo, portò con sè il fuso e della lana. Quando inavvertitamente le cadde di mano il fuso era notte fonda. Tentando di cercarlo, sentì all’improvviso tirare la gonna da terra. Lo spavento fu tale che la poverina morì.

I ruderi di San Martino di Licciorno

Credenze popolari a parte, vero è che ancora oggi, quando appaiono i ruderi del sito in mezzo al bosco, il colpo d’occhio è quello delle grandi occasioni.

Da un lato il campanile con i resti dell’abside evocano un misticismo tutto medievale. Dall’altro, la magia del luogo è data da come il bosco sia riuscito ad avvolgere i resti della chiesa, quasi a volerli proteggere dal vandalismo.

Restando seduti qualche minuto intorno ai ruderi, scambiando qualche parola con gli escursionisti di passaggio, sembra rivivere nel silenzio l’atmosfera di un tempo ormai lontano.

Riprendendo il sentiero principale, poi, si può proseguire alla volta del Volto Megalitico, ma questa è un’altra tappa di cui parlerò in un altro articolo.

Conclusione

E’ un percorso fruibile, non impegnativo e davvero interessante quello verso i ruderi di San Martino di Licciorno. Percorribile da soli o in piccoli gruppi, offre anche l’impagabile soddisfazione di non sentirsi mai soli. Da un lato, infatti, incontrare altri escursionisti, e dall’altro mettersi in ascolto dei suoni della natura aiuta a proseguire il percorso in compagnia. Un’immersione nella storia medievale, così ricca di fascino e di mistero, è il giusto ingrediente per trascorrere una giornata lontano dai rumori della costa.

STREET PHOTOGRAPHY E PRIVACY

La nascita della fotografia da strada o Street Photography viene fatta risalire ai primi del ’900, a Parigi, grazie all’ intuizione di Eugène Atget. Negli anni seguenti questo modo di scattare divenne un vero e proprio genere. Grazie anche all’evolversi della tecnologia fotografica, le macchine divennero sempre più piccole, comode da trasportare. Di conseguenza, sono diventate più adatte a scattare foto spontanee, dove vengono ritratte le persone nella loro quotidianità. Sono molti i maestri che hanno reso grande e amato questo genere. Tra questi, il celebre  Henri Cartier Bresson (detto l’occhio del secolo) , Elliot Erwitt, William Klein,Alfred Eisenstaedt, Robert Frank, Brassai, e  ancora, Saul Leither, Joel Meyerowitz e Ernst Haas. Hanno portato il “colore” in un genere spesso visto in bianco e nero. Ma che cosa è  la fotografia di strada?

SUO SIGNIFICATO

E’ un genere fotografico di racconto, quindi molto simile al reportage, dove il contenuto e la sensibilità del fotografo contano molto di più della qualità dell’immagine. Una fotografia di “street” deve raccontare una storia in un singolo scatto. Il termine “strada”  non deve trarre in inganno, sono le interazioni tra soggetti e gli elementi umani che caratterizzano la società, non la strada in se stessa ad essere il cuore dello scatto. Anche le persone ritratte danno significato alla fotografia con la loro gestualità e interazione con il mondo che li circonda, non con la loro semplice presenza. Le fotografie di strada ci devono raccontare la vita nella sua totale spontaneità quotidiana. Non può essere costruita, studiata, ma deve essere colta dalla sensibilità del fotografo che fa parte della trama stessa della società. Spontaneità è la parola d’ordine della Street, che si manifesta nella capacità di cogliere l’attimo del fotografo. Attimo che, grazie alla macchina fotografica, rimarrà immortalato in un istante unico. Molte fotografie sono ricche di ironia, altre di contenuti sociali, altre ancora quasi poetiche, tutte però accomunate dalla capacità di coinvolgere empaticamente lo spettatore.  Il grande Alex Webb descriveva cosi il suo stile: “il mio modo di fare street photography è piuttosto semplice. Percepisco, quasi “fiuto” la possibilità di una fotografia. Cerco di seguire il ritmo delle strade, talvolta immergendomi nelle situazioni, altre volte restandone al di fuori. Tutto dipende da quello che il mondo vuole offrirmi in quel determinato momento”. Il grande fotografo proseguiva suggerendo quali fossero i migliori atteggiamenti da avere:  “Il miglior modo per conoscere un posto è camminare. Perché un fotografo di strada può solamente camminare e guardare, aspettare e parlare, e poi guardare e aspettare ancora, cercando di restare fiducioso che l’inatteso, l’ignoto, o il cuore segreto dello conoscenza lo attenda proprio dietro l’angolo”. 

Possiamo sicuramente dire che la Street Photography è uno dei generi più amati sia dai fotografi professionisti o semplici amatoriali, che dal pubblico. Ma perché? Probabilmente è la spontaneità che rende tutto più accattivante, tutti possono immedesimarsi nei soggetti, essere parte dell’azione e rivedere nei gesti e negli atteggiamenti quotidiani vere e proprie opere d’arte.

La “strada” è un luogo incredibile dove le persone che vivono il quotidiano creano, a loro insaputa,  una storia da immortalare.

STREET PHOTOGRAPHY E PRIVACY

Anche in Italia la Street Photography è un genere fotografico molto seguito al giorno d’oggi. Purtroppo, però, pochi fotografi sanno che in certi Paesi, tra cui l’Italia, questo genere creativo si scontra con i rischi giuridici del rispetto della privacy del ritrattato.

Con il termine “ritrattato” si intende il soggetto ripreso in uno scatto fotografico sia come primo piano sia incidentalmente in un contesto più ampio. Proprio questo  aspetto necessita di una presa di coscienza circa le conseguenze connesse, non tanto al momento dello scatto, quanto a quello della condivisione delle fotografie sui social o su altra forma di pubblicazione.

ASPETTO LEGALE: LA LIBERATORIA

Quale è l’aspetto legale intimamente connesso alla Street Photography? E’ un documento denominato “liberatoria”. In pratica, si tratta di un’autorizzazione concessa dal ritrattato al fotografo per utilizzare la fotografia che lo vede ritratto per le finalità indicate nello stesso.

Come è naturale comprendere non è facile per il fotografo ottenere sempre questa autorizzazione. Sovente il ritrattato non è persona conosciuta e quindi può avere la meglio una certa diffidenza.

Proprio per ovviare a questa difficoltà, senza perdere però la possibilità di praticare Street Photography, una soluzione condivisibile, anche a livello legale, può essere una delle soluzioni che Nadia Massa di seguito ci propone nel suo intervento sulla “tecnica di Street”.

Tecniche che consentono di ovviare alla necessità di chiedere una liberatoria senza rischiare un’azione legale per violazione della privacy. E non è una circostanza poi così lontana dalla realtà. In una società mossa dal protagonismo il rischio che una foto piaccia o comporti una serie di pretese da più parti non è poi così lontano.

CAUTELE LEGALI IN STREET PHOTOGRAPHY

Quale può quindi essere il consiglio da dare agli amanti di Street Photography? Se è un genere fotografico che si pratica sovente, sarebbe auspicabile avere con sé una liberatoria. Ciò consentirebbe di poterla utilizzare nei casi in cui il soggetto ritrattato possa essere consenziente. A volte si riesce infatti ad instaurare un minimo di rapporto colloquiale con la persona ripresa, magari perché incuriosita da tanta attenzione. In questo caso vale la pena spiegare il motivo per cui si chiede il consenso, avvalorandolo anche inviando al ritrattato una copia della fotografia.

Ma se tutto ciò non è possibile, allora molto meglio studiarsi in anticipo lo scatto, proprio valutando una delle diverse tecniche che di seguito vengono suggerite.

TECNICHE DI STREET PHOTOGRAPHY A TUTELA DELLA PRIVACY

Come ben sappiamo, la Street Photography (fotografia di strada) è un genere fotografico di racconto che ha la caratteristica principale di essere spontanea, infatti molto spesso i soggetti ritratti  non sanno neppure di essere ripresi.  Per questo  negli  ultimi anni la Street si è dovuta confrontare sempre più con le leggi in merito alla  tutela della privacy. Inoltre,  viviamo nell’era dei social e di internet, dove con un banale smartphone, una semplice istantanea può diventare subito “virale”. Tale problema un tempo non sussisteva, moltissimi fotografi  non si sono certo  posti scrupoli a ritrarre persone chiaramente riconoscibili  senza avere il minimo consenso. Oggi invece, se vogliamo condividere i nostri scatti, è assolutamente necessario restare all’interno dei confini giuridici, rispettando la legge e la libertà dei soggetti interessati.

E’ chiaro che dobbiamo rendere le persone  ritratte  non riconoscibili, quindi nella maggior parte dei casi non visibili in volto. Ma come fare? E, soprattutto, come non perdere la spontaneità che caratterizza la Street?

Ecco alcuni piccoli suggerimenti:

  • La luce. Sappiamo tutti l’importanza di una buona luce in fotografia, in questo caso abbiamo bisogno di una luce che contrasti molto e che ci permetta di creare ombre chiuse. Cerchiamo uno sfondo accattivante e attendiamo che il soggetto “passi” nella zona d’ombra. L’esposizione manuale ci permetterà di gestire meglio le ombre chiuse.
  • Controluce. Cerchiamo lo sfondo adatto, la luce giusta e creiamo la famosa silhouette!
  • Dettagli. La Street è anche dettagli! Guardiamoci intorno e cerchiamo dettagli simpatici, accattivanti, ma soprattutto che ci comunichino qualcosa riguardo alla vita quotidiana, trasformiamo ciò che ci sembra banale in qualcosa di speciale.
  • Mosso creativo. Il grande H. Haas ha fatto dell’interesse per il movimento la sua caratteristica principale. Tempi d’esposizione lunghi ci consentono di creare effetti dinamici e allo stesso tempo rendono non riconoscibili i soggetti. Con un po’ di pratica possiamo trasformare le nostre foto mosse in veri scatti di mosso creativo.
  • Scatti notturni. Le insegne luminose colorate dei negozi, le luci del traffico che si riflettono sull’asfalto bagnato creano cromie che aiutano, con la giusta esposizione,  a rendere i nostri scatti ricchi di “atmosfera” e i soggetti poco riconoscibili.
  • Piove? Benissimo, sfruttiamo gli ombrelli! Gli ombrelli ci consentono di ritrarre le persone spesso coperte in volto, ma allo stesso tempo ci danno un senso di dinamicità, vita quotidiana e colore. Spesso nella mia città (Genova) si presentano scene di vera e propria battaglia con il vento, se si è abbastanza veloci da catturarle. Lo scatto simpatico e d’effetto è assicurato!
  • Giornali e grossi cappelli. Molti grandi fotografi del passato hanno sfruttato questi “accessori” che permettono di rendere spontaneamente il volto coperto, creando bellissimi scatti. Oggi sono sempre meno utilizzati ma appena ne vediamo uno non perdiamo l’occasione.

Questi sono alcuni piccoli suggerimenti su come gestire il rapporto Street/privacy. L’elenco non è esaustivo e ognuno di noi potrà sicuramente trovare nuove modalità creative d’espressione per la propria Street. Quello che può essere visto come un limite per la propria creatività si può trasformare in occasione. Certo, quello che caratterizza la Street e sicuramente la spontaneità dello scatto, lo sappiamo, ma con la pratica e il tempo possiamo interiorizzare tecniche e modalità di approccio allo scatto che ad oggi ci sembrano eccessivamente  macchinose.

STORIA DELLA STREET PHOTOGRAPHY E TECNICA STREET CURATE DA NADIA MASSA

ASPETTI LEGALI CONNESSI ALLA STREET PHOTOGRAPHY TRATTATI DA PAOLA CHIAPPINI