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La magia della Val d’Aveto in inverno

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La magia della Val d’Aveto avvolge l’ambiente anche durante l’inverno. La stagione più fredda dell’anno, infatti, stupisce ed incanta in questa valle dove la natura è regina incontrastata!

I tiepidi raggi del sole, così obliqui da descrivere ombre lunghe sulla distesa bianca di neve, danno colore a un paesaggio che sembra uscito da una fiaba. Anche qui come nella mia amata Scozia, pare di poter scorgere qualche folletto far capolinea tra i faggi dai lineamenti armoniosi.

La magia della Val d’Aveto dalla Scoglina

L’inverno è certamente per me la stagione in cui la natura dà il meglio di sè e la riserva a quei pochi che non si fermano davanti al calo termico.

E’ proprio con questa atmosfera di silenzio e di solitudine che ho raggiunto il passo della Scoglina (962 m. s.l.m.). E’ incredibile come scollinato, l’ambiente mi proiettasse subito in un clima nordico. La neve ha l’incomparabile privilegio di insonorizzare tutto ciò che circonda, dipingendo ogni cosa di bianco. Un paradiso per chi ama la montagna, per chi vuol far parlare la fotografia.

La distesa di neve imbianca l’ambiente

Il tratto fino al centro abitato di Cabanne, frazione del Comune di Rezzoaglio, attraversa qualche sporadica casa, che con il camino vivace lascia immaginare scene di vita familiare intorno al focolare.

Verso Cabanne

Dopo ogni curva si apre un paesaggio che invoglia a prendere la macchina fotografica e ad immortalare prati coperti da un manto immacolato di neve, boschi spogli dai rami ghiacciati.

La temperatura è rigida, ma il profumo dell’aria pulita fa venire voglia di camminare. Sarà che siamo stati costretti a casa, sarà che per me l’inverno è una stagione speciale, fatto sta che una gita fuori porta è davvero ideale per risollevare il morale.

L’ambiente prima di arrivare a Cabanne

E’ magnifico incontrare anche i cavalli, all’aperto, pur con le loro coperte termiche.

Il paesaggio offre scorci unici, specie lungo i corsi d’acqua. Qui i torrenti si aprono spazi tra la neve soffice che li lambisce. E mentre osservo e mi perdo nei miei pensieri, ecco il campanile di Cabanne che, con i suoi rintocchi, mi riporta alla realtà.

Cabanne

La frazione di Cabanne è un centro piccolo, ma sempre molto vivace, specie nella bella stagione. Qui, infatti, fanno sosta in estate comitive di motociclisti provenienti o dalla riviera, o dall’entroterra emiliano, o ancora dalla Val Trebbia.

In inverno, specie in queste giornate fredde, le moto sono rimaste probabilmente nelle rimesse. Al loro posto le auto di chi non vedeva l’ora di calpestare un po’ di neve.

Per togliermi dalla strada principale, alla ricerca di qualche angolo da immortalare, preferisco percorrere la stradina che attraversa il centro abitato. L’aria che sferza il viso è un toccasana, mentre avanzo tra case dai tetti immacolati e ruderi armoniosamente accarezzati dalla neve.

Cabanne con il suo campanile

Ambiente magnifico, ma purtroppo le brevi giornate invernali non consentono soste molto lunghe in montagna. Ma va bene così, non si può aver tutto, e a me dopotutto basta assaporare la neve e quei raggi obliqui del sole che sono una meraviglia.

Cabanne così a misura d’uomo in inverno è un’occasione imperdibile, è capace di trasmettere emozioni uniche, come del resto tutta la Val d’Aveto.

Quando il sole comincia a nascondersi dietro il monte, decido di riprendere la via del ritorno, ma con calma. Ad ogni curva mi pare di scorgere sempre qualche angolo che merita di essere immortalato, qualche scorcio che voglio riportare a casa, per rivederlo e riassaporare quell’atmosfera.

La magia della neve sui rami

L’incredibile della Liguria: fino al passo della Scoglina, nel viaggio di ritorno, ero completamente calata nell’inverno più rigido. Appena arrivata al passo, proprio dove si sorge una cappella dedicata alla Madonna, ecco scorgere in lontananza il mare. La ripida discesa che da qui inizia e che termina nell’incrocio con la strada della val Fontanabuona, riporta a un clima più mite.

Qui tutto è agli estremi: il mare e i monti, la neve e il sole, il ghiaccio e la mimosa in fiore. In un giorno si vive l’inverno e la primavera, occasione unica per emozioni forti. Provare per credere…

La magia della Val d’Aveto non è comunque solo nella stagione invernale, ma dura tutto l’anno. Un luogo fatto di natura, di tradizioni, di leggende ben radicate nell’ambiente.

San Martino di Licciorno

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Camminando lungo il sentiero nel bosco ecco apparire all’improvviso sulla destra i ruderi della chiesa di San Martino di Licciorno.

Davanti al sagrato della chiesa nella frazione di Sopralacroce, lungo la strada che si distacca da Borzonasca, ecco iniziare il sentiero contrassegnato da tre punti ossi. Attraversato il ponticello sul torrente, si prosegue a destra fino a un incrocio individuato da un paletto segnaletico. Qui si prosegue lungo il sentiero individuato da due linee rosse parallele.

Il sentiero

Da Sopralacroce il sentiero corre prevalentemente attraversando il bosco. In circa mezz’ora si raggiunge il sito di San Martino di Licciorno. La sua caratteristica di correre all’ombra lo rende percorribile anche in estate. Inoltre, non essendo particolarmente impegnativo, a parte per un paio di strappi di salita ripida, è godibile da qualunque tipo di escursionista.

A partire dal mese di maggio, inoltre, i volontari del luogo contribuiscono alla pulitura e messa in sicurezza del percorso, in modo da renderlo fruibile a tutti.

San Martino di Licciorno

Tradizione vuole che il sito di San Martino di Licciorno sia stato eretto intorno all’anno 1000 dai monaci della vicina abbazia di Borzone. Situata su una delle vie del sale, l’area aveva come obiettivo il garantire ospitalità ai pellegrini di passaggio. Impossibile non immaginare la vita in questi luoghi mille anni fa, in questo luogo il cui toponimo già richiama alla mente il bosco di lecci.

La tradizione popolare vuole San Martino come la più antica parrocchia della zona, sostituita nel 1498 da quella di Santa Maria Assunta di Prato. La collocazione strategica della chiesa rispetto alle altre borgate della zona consentiva ai fedeli di presenziare agli uffizi religiosi.

La sua ricchezza e il suo potere pare ridursi, documenti alla mano, intorno al XVIII secolo, quando compare nel novero delle chiese rurali povere. Infatti, fu anche necessaria una raccolta di elemosine per procedere ai suoi restauri. Il ruolo dei Padri Trinitari, una confraternita laica, nel raccogliere i fondi, testimonia la loro esistenza in loco almeno dal 1731.

Tradizione vuole che accanto alla chiesa vi fosse anche un cimitero, oggi scomparso. Credenze popolari consigliavano di non imboccare il sentiero per San Martino di Licciorno dopo il tramonto, per non imbattersi in qualche visione spaventosa. Si narra infatti che una donna, volendo dare una prova di coraggio, trascorse un’intera notte al cimitero. Per ingannare il tempo, portò con sè il fuso e della lana. Quando inavvertitamente le cadde di mano il fuso era notte fonda. Tentando di cercarlo, sentì all’improvviso tirare la gonna da terra. Lo spavento fu tale che la poverina morì.

I ruderi di San Martino di Licciorno

Credenze popolari a parte, vero è che ancora oggi, quando appaiono i ruderi del sito in mezzo al bosco, il colpo d’occhio è quello delle grandi occasioni.

Da un lato il campanile con i resti dell’abside evocano un misticismo tutto medievale. Dall’altro, la magia del luogo è data da come il bosco sia riuscito ad avvolgere i resti della chiesa, quasi a volerli proteggere dal vandalismo.

Restando seduti qualche minuto intorno ai ruderi, scambiando qualche parola con gli escursionisti di passaggio, sembra rivivere nel silenzio l’atmosfera di un tempo ormai lontano.

Riprendendo il sentiero principale, poi, si può proseguire alla volta del Volto Megalitico, ma questa è un’altra tappa di cui parlerò in un altro articolo.

Conclusione

E’ un percorso fruibile, non impegnativo e davvero interessante quello verso i ruderi di San Martino di Licciorno. Percorribile da soli o in piccoli gruppi, offre anche l’impagabile soddisfazione di non sentirsi mai soli. Da un lato, infatti, incontrare altri escursionisti, e dall’altro mettersi in ascolto dei suoni della natura aiuta a proseguire il percorso in compagnia. Un’immersione nella storia medievale, così ricca di fascino e di mistero, è il giusto ingrediente per trascorrere una giornata lontano dai rumori della costa.

STREET PHOTOGRAPHY E PRIVACY

La nascita della fotografia da strada o Street Photography viene fatta risalire ai primi del ’900, a Parigi, grazie all’ intuizione di Eugène Atget. Negli anni seguenti questo modo di scattare divenne un vero e proprio genere. Grazie anche all’evolversi della tecnologia fotografica, le macchine divennero sempre più piccole, comode da trasportare. Di conseguenza, sono diventate più adatte a scattare foto spontanee, dove vengono ritratte le persone nella loro quotidianità. Sono molti i maestri che hanno reso grande e amato questo genere. Tra questi, il celebre  Henri Cartier Bresson (detto l’occhio del secolo) , Elliot Erwitt, William Klein,Alfred Eisenstaedt, Robert Frank, Brassai, e  ancora, Saul Leither, Joel Meyerowitz e Ernst Haas. Hanno portato il “colore” in un genere spesso visto in bianco e nero. Ma che cosa è  la fotografia di strada?

SUO SIGNIFICATO

E’ un genere fotografico di racconto, quindi molto simile al reportage, dove il contenuto e la sensibilità del fotografo contano molto di più della qualità dell’immagine. Una fotografia di “street” deve raccontare una storia in un singolo scatto. Il termine “strada”  non deve trarre in inganno, sono le interazioni tra soggetti e gli elementi umani che caratterizzano la società, non la strada in se stessa ad essere il cuore dello scatto. Anche le persone ritratte danno significato alla fotografia con la loro gestualità e interazione con il mondo che li circonda, non con la loro semplice presenza. Le fotografie di strada ci devono raccontare la vita nella sua totale spontaneità quotidiana. Non può essere costruita, studiata, ma deve essere colta dalla sensibilità del fotografo che fa parte della trama stessa della società. Spontaneità è la parola d’ordine della Street, che si manifesta nella capacità di cogliere l’attimo del fotografo. Attimo che, grazie alla macchina fotografica, rimarrà immortalato in un istante unico. Molte fotografie sono ricche di ironia, altre di contenuti sociali, altre ancora quasi poetiche, tutte però accomunate dalla capacità di coinvolgere empaticamente lo spettatore.  Il grande Alex Webb descriveva cosi il suo stile: “il mio modo di fare street photography è piuttosto semplice. Percepisco, quasi “fiuto” la possibilità di una fotografia. Cerco di seguire il ritmo delle strade, talvolta immergendomi nelle situazioni, altre volte restandone al di fuori. Tutto dipende da quello che il mondo vuole offrirmi in quel determinato momento”. Il grande fotografo proseguiva suggerendo quali fossero i migliori atteggiamenti da avere:  “Il miglior modo per conoscere un posto è camminare. Perché un fotografo di strada può solamente camminare e guardare, aspettare e parlare, e poi guardare e aspettare ancora, cercando di restare fiducioso che l’inatteso, l’ignoto, o il cuore segreto dello conoscenza lo attenda proprio dietro l’angolo”. 

Possiamo sicuramente dire che la Street Photography è uno dei generi più amati sia dai fotografi professionisti o semplici amatoriali, che dal pubblico. Ma perché? Probabilmente è la spontaneità che rende tutto più accattivante, tutti possono immedesimarsi nei soggetti, essere parte dell’azione e rivedere nei gesti e negli atteggiamenti quotidiani vere e proprie opere d’arte.

La “strada” è un luogo incredibile dove le persone che vivono il quotidiano creano, a loro insaputa,  una storia da immortalare.

STREET PHOTOGRAPHY E PRIVACY

Anche in Italia la Street Photography è un genere fotografico molto seguito al giorno d’oggi. Purtroppo, però, pochi fotografi sanno che in certi Paesi, tra cui l’Italia, questo genere creativo si scontra con i rischi giuridici del rispetto della privacy del ritrattato.

Con il termine “ritrattato” si intende il soggetto ripreso in uno scatto fotografico sia come primo piano sia incidentalmente in un contesto più ampio. Proprio questo  aspetto necessita di una presa di coscienza circa le conseguenze connesse, non tanto al momento dello scatto, quanto a quello della condivisione delle fotografie sui social o su altra forma di pubblicazione.

ASPETTO LEGALE: LA LIBERATORIA

Quale è l’aspetto legale intimamente connesso alla Street Photography? E’ un documento denominato “liberatoria”. In pratica, si tratta di un’autorizzazione concessa dal ritrattato al fotografo per utilizzare la fotografia che lo vede ritratto per le finalità indicate nello stesso.

Come è naturale comprendere non è facile per il fotografo ottenere sempre questa autorizzazione. Sovente il ritrattato non è persona conosciuta e quindi può avere la meglio una certa diffidenza.

Proprio per ovviare a questa difficoltà, senza perdere però la possibilità di praticare Street Photography, una soluzione condivisibile, anche a livello legale, può essere una delle soluzioni che Nadia Massa di seguito ci propone nel suo intervento sulla “tecnica di Street”.

Tecniche che consentono di ovviare alla necessità di chiedere una liberatoria senza rischiare un’azione legale per violazione della privacy. E non è una circostanza poi così lontana dalla realtà. In una società mossa dal protagonismo il rischio che una foto piaccia o comporti una serie di pretese da più parti non è poi così lontano.

CAUTELE LEGALI IN STREET PHOTOGRAPHY

Quale può quindi essere il consiglio da dare agli amanti di Street Photography? Se è un genere fotografico che si pratica sovente, sarebbe auspicabile avere con sé una liberatoria. Ciò consentirebbe di poterla utilizzare nei casi in cui il soggetto ritrattato possa essere consenziente. A volte si riesce infatti ad instaurare un minimo di rapporto colloquiale con la persona ripresa, magari perché incuriosita da tanta attenzione. In questo caso vale la pena spiegare il motivo per cui si chiede il consenso, avvalorandolo anche inviando al ritrattato una copia della fotografia.

Ma se tutto ciò non è possibile, allora molto meglio studiarsi in anticipo lo scatto, proprio valutando una delle diverse tecniche che di seguito vengono suggerite.

TECNICHE DI STREET PHOTOGRAPHY A TUTELA DELLA PRIVACY

Come ben sappiamo, la Street Photography (fotografia di strada) è un genere fotografico di racconto che ha la caratteristica principale di essere spontanea, infatti molto spesso i soggetti ritratti  non sanno neppure di essere ripresi.  Per questo  negli  ultimi anni la Street si è dovuta confrontare sempre più con le leggi in merito alla  tutela della privacy. Inoltre,  viviamo nell’era dei social e di internet, dove con un banale smartphone, una semplice istantanea può diventare subito “virale”. Tale problema un tempo non sussisteva, moltissimi fotografi  non si sono certo  posti scrupoli a ritrarre persone chiaramente riconoscibili  senza avere il minimo consenso. Oggi invece, se vogliamo condividere i nostri scatti, è assolutamente necessario restare all’interno dei confini giuridici, rispettando la legge e la libertà dei soggetti interessati.

E’ chiaro che dobbiamo rendere le persone  ritratte  non riconoscibili, quindi nella maggior parte dei casi non visibili in volto. Ma come fare? E, soprattutto, come non perdere la spontaneità che caratterizza la Street?

Ecco alcuni piccoli suggerimenti:

  • La luce. Sappiamo tutti l’importanza di una buona luce in fotografia, in questo caso abbiamo bisogno di una luce che contrasti molto e che ci permetta di creare ombre chiuse. Cerchiamo uno sfondo accattivante e attendiamo che il soggetto “passi” nella zona d’ombra. L’esposizione manuale ci permetterà di gestire meglio le ombre chiuse.
  • Controluce. Cerchiamo lo sfondo adatto, la luce giusta e creiamo la famosa silhouette!
  • Dettagli. La Street è anche dettagli! Guardiamoci intorno e cerchiamo dettagli simpatici, accattivanti, ma soprattutto che ci comunichino qualcosa riguardo alla vita quotidiana, trasformiamo ciò che ci sembra banale in qualcosa di speciale.
  • Mosso creativo. Il grande H. Haas ha fatto dell’interesse per il movimento la sua caratteristica principale. Tempi d’esposizione lunghi ci consentono di creare effetti dinamici e allo stesso tempo rendono non riconoscibili i soggetti. Con un po’ di pratica possiamo trasformare le nostre foto mosse in veri scatti di mosso creativo.
  • Scatti notturni. Le insegne luminose colorate dei negozi, le luci del traffico che si riflettono sull’asfalto bagnato creano cromie che aiutano, con la giusta esposizione,  a rendere i nostri scatti ricchi di “atmosfera” e i soggetti poco riconoscibili.
  • Piove? Benissimo, sfruttiamo gli ombrelli! Gli ombrelli ci consentono di ritrarre le persone spesso coperte in volto, ma allo stesso tempo ci danno un senso di dinamicità, vita quotidiana e colore. Spesso nella mia città (Genova) si presentano scene di vera e propria battaglia con il vento, se si è abbastanza veloci da catturarle. Lo scatto simpatico e d’effetto è assicurato!
  • Giornali e grossi cappelli. Molti grandi fotografi del passato hanno sfruttato questi “accessori” che permettono di rendere spontaneamente il volto coperto, creando bellissimi scatti. Oggi sono sempre meno utilizzati ma appena ne vediamo uno non perdiamo l’occasione.

Questi sono alcuni piccoli suggerimenti su come gestire il rapporto Street/privacy. L’elenco non è esaustivo e ognuno di noi potrà sicuramente trovare nuove modalità creative d’espressione per la propria Street. Quello che può essere visto come un limite per la propria creatività si può trasformare in occasione. Certo, quello che caratterizza la Street e sicuramente la spontaneità dello scatto, lo sappiamo, ma con la pratica e il tempo possiamo interiorizzare tecniche e modalità di approccio allo scatto che ad oggi ci sembrano eccessivamente  macchinose.

STORIA DELLA STREET PHOTOGRAPHY E TECNICA STREET CURATE DA NADIA MASSA

ASPETTI LEGALI CONNESSI ALLA STREET PHOTOGRAPHY TRATTATI DA PAOLA CHIAPPINI

 

Il microstock vuole la partita Iva?

Un argomento molto attuale nel mondo della fotografia riguarda il microstock e la partita Iva. In altri termini: per poter mettere in vendita le proprie fotografie su un portale di microstock è necessario essere in possesso di una partita Iva? Approfondiamo l’argomento.

Il fatto

La sentenza n. 280 del 25.09.2020 della Commissione Tributaria del Molise offre un importante spunto di riflessione, seppure indiretto, proprio sulla vendita online di prodotti.

Nello specifico, una persona era solita vendere online, mediante proprio account su una piattaforma di e-commerce, degli orologi. Da questa attività il soggetto ne ha ricavato un reddito, che i giudici aditi hanno ritenuto derivante da attività non occasionale. Da ciò ne è derivato un accertamento che ha portato alla contestazione circa la mancanza di una partita Iva, l’omessa dichiarazione dei redditi e quindi anche dei versamenti delle imposte e dei contributi previdenziali dovuti.

Microstock e partita Iva

Proviamo a trasferire queste considerazioni sulla sentenza del Ctr del Molise all’ambito della vendita microstock. Innanzitutto, con questo termine si intende la vendita su un portale dedicato di proprie fotografie.

Il fulcro della contestazione che potrebbe scaturire da un accertamento, anche induttivo, da parte dell’Agenzia delle Entrate e/o della Guardia di Finanza poggia su un presupposto ben preciso. Ovvero, una vendita online svolta in modo sistematico per un certo periodo di tempo configurerebbe un’attività d’impresa rilevante ai fini Iva.

Un importante principio di diritto al riguardo è stato sancito dalla Commissione Tributaria di Firenze con la sentenza n. 56/06/2011 del 16.06.2011. In essa si statuisce infatti che l’attività d’intermediazione effettuata su portali di vendita online qualifica l’attività d’impresa a seguito di un rilevante numero di transazioni. I proventi conseguenti, pertanto, costituirebbero reddito d’impresa.

Facciamo però attenzione al fatto che la sentenza in esame si riferisce alla vendita online di oggetti, ovvero di prodotti conferiti in serie. Siamo ancora lontani dal mondo del microstock.

Apprestiamoci quindi ad approfondire l’argomento servendoci di altri interventi dell’Agenzia delle Entrate al riguardo.

L’interpello A.D.E. n. 540 del 12.11.2020

L’interpello n. 540 del 2020 dell’Agenzia delle Entrate consente importanti valutazioni.

Il caso analizzato nell’interpello identifica come prestazione di servizi, e come tale soggetta ad Iva, l’attività di design industriale. Ciò in quanto è considerata produzione in serie, ovvero priva del carattere della novità e della creatività.

Secondo questa interpretazione, e in aderenza al disposto dell’art. 3 comma 4 lett. a) D.P.R. 633/72, l’esclusione Iva avrebbe natura derogatoria. Cioè a dire, riservata alle concessioni e licenze relative al diritto d’autore poste in essere dall’autore o dai suoi eredi.

Pertanto, questa riserva è riconosciuta alle sole opere tutelate dal diritto d’autore. Non vi rientrano espressamente i disegni d’architettura e le opere d’arte cinematografica muta o sonora.

Risoluzione A.D.E. n. 94E del 30.04.1997

Già la Risoluzione n. 94E del 30.04.1997 aveva sottolineato come la deroga all’imposizione ai fini Iva riguardava le sole transazioni aventi ad oggetto i diritti esclusivi di utilizzazione delle opere dell’ingegno, se poste in essere dall’autore o dai suoi eredi.

Pertanto, si ritiene che il riferimento vada alle opere fotografiche creative. Con questo termine si intendono quelle opere in cui sia ravvisabile l’elemento dell’originalità e della novità.

Fotografia creativa

Una prima considerazione necessaria per identificare la fotografia creativa è capire quale livello di originalità e novità debba avere una fotografia per essere considerata creativa.

Partendo dalle pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea la tendenza ad identificare la fotografia creativa è chiaro. Così, la si ravvisa quando “l’autore ha potuto esprimere le sue capacità creative nella realizzazione dell’opera effettuando scelte libere e creative”. L’interpretazione è verso un livello di creatività “semplice” o “basso”. L’orientamento maggioritario tende quindi ad escludere un giudizio sulla meritevolezza estetica o di valore. Si richiede che dall’immagine traspaia la personalità dell’artista e il suo modo di vedere la realtà.

“Sono opere dell’ingegno le fotografie che siano frutto di una personale attività creativa del fotografo, consistente nella originalità dell’inquadratura, della prospettiva, dell’impostazione dell’immagine e della capacità di evocare delle suggestioni” (così anche Tribunale di Venezia 17.06.2011).

Anche la Corte di Giustizia UE si è espressa in maniera analoga nella pronuncia C145/10 del 01.01.2011. “Sono opere fotografiche quelle che rispecchiano la personalità dell’autore, che è quando ha potuto esprimere le sue capacità creative nella realizzazione dell’opera, effettuando scelte libere e creative”.

Conclusioni

Cosa si può dire in conclusione di queste riflessioni fin qui condotte, alla luce di tutto il percorso fin qui seguito?

Certamente mi pare di poter sostenere che l’attività di microstock di proprie opere fotografiche, che rilevino per le proprie caratteristiche come fotografie creative, sia consentita senza l’apertura di una partita Iva. Ciò, ovviamente, non esclude l’obbligo dell’imposizione diretta sui proventi che si definiranno come “redditi diversi”. Considerando, dalle indicazioni precise fornite dalla Corte di Giustizia UE, che la maggior parte delle fotografie prodotte sono creative, si ritiene che l’attività sia consentita senza dover per forza porre in essere troppi adempimenti.

UNA VISITA AL DOCSAI DI GENOVA

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Il “Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte, l’Immagine di Genova”, meglio conosciuto come Centro DocSAI, è una realtà locale di sicuro interesse storico e culturale.

Il DocSAI di Genova: la sua storia

Nasce nel 2005 dalla riunione di tre istituti civici già esistenti: la Biblioteca di storia dell’arte, la Collezione Topografica e Cartografica, l’Archivio Fotografico.

L’ambiente dedicato è stato individuato nelle dipendenze di Palazzo Rosso, dopo la loro ristrutturazione avvenuta nel contesto delle iniziative per “Genova capitale europea della cultura 2004”. Particolarità di questi locali sta nel fatto che le Dipendenze di Palazzo Rosso, dopo la lottizzazione dell’area alla metà del ‘500, che aveva determinato l’abbattimento delle strutture medievali per la costruzione di Strada Nuova (oggi Via Garibaldi), sono rimaste integre per volontà della famiglia Brignole – Sale. Infatti, si decise di usare questi locali come magazzini da affittare, non ritenendo pertanto necessario apportare alcuna modifica.

Entrata al DocSAI

La Collezione topografica e cartografica

Il patrimonio culturale a disposizione della cittadinanza è davvero notevole. La Collezione topografica e cartografica, per cominciare, vanta documenti datati dalla fine del ‘400, per arrivare al ‘900. Il grosso del materiale, tra l’altro, è del ‘700.

Su gentile concessione del DocSAI
Su gentile concessione del DocSAI

L’Archivio Fotografico

L’Archivio Fotografico, invece, che nasce nel 1910, è all’inizio Gabinetto Fotografico Municipale, con lo scopo quindi di documentare la vita cittadina. La sua attività peraltro termina nel 1938, con l’approssimarsi dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Di alcuni periodi, comunque, si conserva una gran mole di materiale. Tra questi, degno di nota è l’archivio del periodo fascista, il cui scopo era stato quello di esaltare, attraverso le fotografie, le grandi opere pubbliche, le personalità e l’educazione scolastica del regime.

Ma l’archivio fotografico si è arricchito nel tempo anche con l’acquisto di imponenti collezioni di documenti. Siamo infatti nel 1926 quando viene acquisito il fondo Alfred Noack. Ma non solo, perchè esiste anche quello di Achille Testa. Ad oggi il suo patrimonio conta circa 200.000 fotografie.

Da segnalare, inoltre, che l’Archivio Fotografico vanta oltre 4.000 lastre fotografiche che vanno dalla metà dell’800 fino alla fine dello stesso secolo. Molte di esse sono state oggetto di un restauro conservativo molto importante.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Archivio Fotografico viene acquisito dalle Belle Arti civiche, modificando in tal modo anche l’organizzazione e la finalità archivistica. Diventa così anche un punto d’interesse lo spazio dedicato alle tecniche fotografiche storiche, attraverso le tappe principali fino all’industria fotografica.

La Biblioteca del DocSAI di Genova

Il terzo istituto confluito nel DocSAI, come già accennato, è la Biblioteca di Storia dell’arte. E’ ospitata in un salone, cui si accede dall’atrio voltato cinque – seicentesco, che vanta un soffitto ligneo a cassettoni della metà del XV secolo, con decorazione pittorica originale. La specializzazione della biblioteca è l’archeologia della Liguria, la storia dell’arte genovese, ligure e italiana dall’XI al XIX secolo. Nata nel 1908 a Palazzo Rosso, ha oggi un patrimonio culturale di 51.000 volumi.

Su gentile concessione del DocSAI
Particolare del soffitto quattrocentesco della Biblioteca

Conclusioni

E’ stato un incontro interessante quello avuto con la Dott.ssa Andreana Serra, che ringrazio per la disponibilità manifestata e per tutte le interessanti notizie fornitemi.

Il DocSAI di Genova merita davvero almeno una visita, sebbene in questo periodo di emergenza sia tutto estremamente complicato. E’ un patrimonio del Comune di Genova, e come tale un valore aggiunto per ciascuno di noi.

Un viaggio attraverso i secoli grazie ai documenti conservati fino ai giorni nostri: un’occasione davvero unica di cui far tesoro. Ed è disponibile non solo agli studiosi, ma a chiunque abbia interesse a conoscere la storia di Genova e della Liguria. Nel tentativo anche di superare le limitazioni alle visite in presenza, è possibile seguire in streaming i percorsi offerti dall’istituto, anche accedendo alla pagina Facebook dedicata.

La cremagliera di Granarolo a Genova

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La cremagliera di Granarolo è un’occasione imperdibile per un giro unico all’interno della città di Genova. Tra l’altro, offre anche la possibilità di godere di una incomparabile vista sulla città.

Cremagliera di Granarolo da Via Lagaccio

Partendo da Via Lagaccio, nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Principe, ci si imbatte facilmente nella piccola stazione della cremagliera. La ripida salita che attende i passeggeri corre lungo un alto muro di contenimento in pietra, nella sua parte iniziale.

Conviene fornirsi in anticipo di un biglietto per il trasporto pubblico cittadino. Questo per evitare di andare alla ricerca di un tabaccaio, non proprio in prossimità. Infatti, purtroppo nei pressi della cremagliera non c’è un distributore automatico di biglietti.

Qualche parola per spiegare questa meraviglia che ha oltre un secolo di vita.

Il vagoncino della cremagliera in partenza

La cremagliera, la sua storia

Incrementata di recente con tre nuove fermate e con l’accesso facilitato per i diversamente abili, la cremagliera si presenta non come un semplice mezzo di trasporto. Infatti, sembra quasi un viaggio a ritroso nel tempo, un immersione in un passato fantastico.

Partenza, dunque, da Via Lagaccio a bordo di un vagone del 1929, e arrivo nella stazione in stile liberty di Salita Superiore Granarolo. Il progetto è addirittura del 1901, e l’allestimento interno del vagoncino con i sedili in legno sa di un passato da riassaporare.

Bene, ora non tergiversiamo oltre: saliamo o la cremagliera partirà senza di noi. Il rumore delle ruote sulle rotaie mi riporta alla realtà.

Il viaggio inizia

Lentamente la cremagliera si avvia lungo la sua irta salita, allontanandosi da Principe e lasciando apparire la vista sulla città e sul mare. I duri sedili in legno lasciano correre la fantasia fino all’ultima fermata, quella di Granarolo. Qui si rientra nella realtà, anche se uno spazio per la fantasia resta sempre vivo.

La stazione di Granarolo

La prima impressione che si ha scendendo dal vagoncino è di essere comunque ancora parte di quel passato visibile fin dalla partenza da Principe. In pochi minuti di salita Genova ci regala un quadro di sè fuori dalla mondanità, dal rumore. Sembra di trovarsi in campagna e percorrendo la salita verso il borgo antico quasi pare di immergersi in una delle poesie di Eugenio Montale.

Borgo antico di Granarolo

Il selciato in mattoni con ai lati le grigie pietre è limitato dai muri o, per dirla con il poeta ermetico, “una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Da Granarolo, volendo, si può salire a piedi in direzione dei forti, da Porta di Granarolo verso Forte Begato, fino al Parco del Peralto. Ma se l’anello fino alla funicolare Righi – Zecca è impegnativo da percorrere a piedi, ci si può limitare a Granarolo. Angoli incantevoli, scorci unici, orti che si aprono oltre i muri lungo le strade. Tutto il paesaggio circostante offre notevoli scorci di interesse.

L’aria, come si sale un po’ sulle colline alle spalle della città, si fa presto più rigida in questo periodo dell’anno. Forse è il segnale che è giunta l’ora di rientrare a casa.

La cremagliera di Granarolo comincia fare capolino nella sua lenta salita; mi preparo a salirvi, dopo aver dato un’ultima occhiata intorno.

Un giro davvero splendido, il tutto dentro la città. Le foto sono d’obbligo, con uno zoom medio (24 – 105 mm) si riesce a soddisfare tutte le situazioni che si presentano.

Non so quante città possano offrire angoli così caratteristici. Certo che Genova ha il grande pregio di poterla vivere a livello del mare come in collina, in pieno rumore come in ambiente appartato. Il viaggio continua…

Veduta aerea da Granarolo

Il Natale di Genova

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In questo anno così particolare, difficile, mi piace parlare del Natale di Genova. Sì, perchè comunque lo sfavillio di luci di Piazza De Ferrari è troppo bello per farlo passare inosservato.

Acceso nel pomeriggio dell’8 dicembre, mi ha come scaldato il cuore. Forse è un modo positivo anche questo per salutare il 2020, senza rimpianti, e con buoni auspici per l’anno alle porte.

Un milione di luci accendono così il centro di Genova. Le parole credo non servano, mi limito ad alcuni scatti per augurare a tutti un sereno Santo Natale.

La liberatoria in fotografia

Il legislatore italiano fin dalla legge n. 633/41 si è posto il problema dell’utilizzo della fotografia attraverso la sua tutela mediante la liberatoria. Nei casi di un soggetto ripreso in modo riconoscibile in una fotografia, lo stesso deve essere informato sull’uso che della stessa si intende fare. Ma vediamo come.

La tutela del ritrattato

Oggigiorno, la divulgazione di una fotografia segue ritmi frenetici. La difficoltà di verificarne il percorso nella condivisione sui social e la speditezza con cui la stessa viene visualizzata, pone grosse responsabilità in capo al soggetto agente.

Quanti si chiedono, prima di condividere una fotografia, se sono autorizzati o meno a farlo, soprattutto da chi è stato immortalato? Sovente, infatti, parlandone con i fotografi, l’argomento viene glissato. Forse manca consapevolezza sui rischi inerenti, o forse manca un intervento chiarificatore da parte degli operatori del diritto.

La persona ripresa in uno scatto può essere consapevole di ciò, o, al contrario, ignorare quanto avvenuto. Nel primo caso si ritiene doveroso per il fotografo non ritenersi autorizzato a divulgare la fotografia. In altri termini, il fatto che il ritrattato sappia di essere ripreso, non significa che autorizzi la divulgazione di quello scatto, quanto meno non implicitamente.

Nel secondo caso, invece, il problema è ancora più evidente, in quanto manca qualunque consapevolezza del fatto in capo alla persona ripresa.

Proprio per questi motivi diventa utile per il fotografo attivarsi facendosi sottoscrivere dal ritrattato una specifica autorizzazione, meglio nota con il termine di “liberatoria”.

La liberatoria in fotografia

Preliminarmente occorre precisare che nel momento in cui il fotografo fa firmare alla persona ritrattata un documento autorizzativo, deve avere piena consapevolezza del contenuto dello stesso. Bisogna, in altri termini, evitare il rischio di un effetto boomerang di un documento poco conosciuto, e magari scaricato dalla rete.

Colgo quindi l’occasione di questo mio intervento per indicare alcuni elementi fondamentali della liberatoria, pur sapendo di non poter comunque essere esaustiva.

Le parti

Occorre l’indicazione precisa della persona ritrattata. Ciò significa indicare nome e cognome, luogo e data di nascita, residenza e codice fiscale.

Aspetto che ritengo rilevante è l’impostazione della liberatoria in capo al ritrattato e non al fotografo. Infatti, se al contrario fosse il fotografo a chiedere l’autorizzazione al ritrattato, potrebbe interpretarsi una posizione dominante del primo nei confronti del secondo.

Il ritrattato che autorizza il fotografo alla diffusione delle fotografie risulta più equilibrato. Naturalmente, l’autorizzazione deve indicare con precisione a quale fotografie si fa riferimento, con indicazione di luogo e giorno.

Tipologia della liberatoria in fotografia

L’autorizzazione può essere concessa a titolo gratuito o a titolo oneroso. L’importante è specificarne la natura. Inoltre, occorre anche precisare a cosa è rivolta. Ovvero, alla pubblicazione e/o diffusione a mezzo stampa/social/altra forma delle fotografie.

Su questo aspetto occorre essere precisi, in quanto l’utilizzo non menzionato può non essere concesso e di conseguenza configurarne un abuso. In questo contesto meglio non fermarsi solo al progetto immediato che si ha su questi scatti, ma è consigliabile prevedere sviluppi futuri.

E’ compito, pertanto, del fotografo che vuole usare il proprio archivio in progetti presenti e futuri, determinati e/o determinabili, focalizzare gli sviluppi.

La durata della liberatoria in fotografia

E’ necessario indicare la durata della liberatoria concessa, soprattutto se a tempo indeterminato. Questo in ottemperanza al disposto degli artt. 96 e 97 legge n. 633/41, nonchè degli artt. 10 e 320 c.c.

Mi preme sottolineare una particolare attenzione da avere in caso di manleva concessa gratuitamente, e senza limiti di tempo. Il problema può emergere nel caso in cui dal servizio fotografico il professionista possa trarne notorietà, proventi economici e quant’altro. In questo caso si potrebbe contestare lo squilibrio tra chi ha contribuito a raggiungere un livello alto di risultato finale, senza diritto al corrispettivo, e chi, invece, dallo stesso ne ha tratto indubbi vantaggi.

E se anche poi, in sede di contenzioso, si potrebbe giungere a un chiarimento, si dovrebbe comunque affrontare oneri legali.

Archiviazione del materiale fotografico

Passiamo a trattare della menzione nella liberatoria l’autorizzazione da parte del ritrattato all’archiviazione delle fotografie da parte del fotografo. La conservazione del materiale potrà avvenire in forma cartacea o su supporto informatico, nel rispetto, però, delle norme sulla privacy.

A tal riguardo il fotografo, divenendo custode del materiale fotografico che provvede ad archiviare, deve rispettare quelle regole che ne garantiscano la tutela da occultamento, utilizzo inidoneo o non autorizzato.

Modalità di utilizzo delle fotografie oggetto di liberatoria

Infine, ultima riflessione sugli aspetti principali di una liberatoria, è sull’indicazione delle modalità di utilizzo delle fotografie. Questo è un paragrafo che va compilato con cura, perchè se si tralascia di indicare un tipo specifico di utilizzo, diventa poi impossibile cambiare i termini in futuro.

Certo, non è facile riuscire a prevedere gli utilizzi di una fotografia nel tempo, soprattutto non tutti. Proprio per questo motivo una liberatoria va ponderata con cura e attenzione. Il tutto tenendo sempre presente la ricerca di un equilibrio tra le prospettive del fotografo e la tutela del ritrattato.

Proprio alla luce di queste considerazioni, ritengo sia troppo semplicistico scaricare dalla rete un facsimile di liberatoria senza apportare le opportune integrazioni laddove necessario.

Alla scoperta di Villa Cella in Val d’Aveto

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Villa Cella, antico borgo della Val d’Aveto, è un’altra area della nostra Liguria che merita una visita. E’ incredibile come l’entroterra ligure offra gioielli legati alla storia locale, nascosti come scrigni da aprire.

La storia di Villa Cella

Frazione del Comune di Rezzoaglio, Villa Cella è raggiungibile seguendo la strada che si stacca da quella principale, subito dopo lasciatosi alle spalle il borgo di Cabanne. Ci si addentra nella valletta che si apre ad ogni curva, avanzando lentamente. Strada stretta, che sale pian piano fino a raggiungere il paese.

Una volta parcheggiata l’auto a bordo strada, in breve si raggiungono le poche case, sormontate dall’antica chiesa. Il borgo, seppur piccolo, ha un passato glorioso e storicamente di rilievo. Ancora oggi sono visibili i resti dell’antico monastero di San Michele de Petra Martina (poi di San Lorenzo). L’edificio fu fondato nel 1103 dal monaco Alberto insieme ad altri sette confratelli, dipendenti dal monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia.

Nel Medioevo la zona fu un importante centro viario, di transito dalla Val d’Aveto alla Valle Sturla. Ancora oggi sono visibili i resti dell’antico mulino ad acqua, peraltro attivo fino al dopoguerra. L’attività della cella monastica di ricovero per i pellegrini, che percorrendo la Via Francigena si dirigevano a Roma, correva parallela ad altri lavori. Tra questi spiccava l’attività agricola, compresa la produzione di olio, ricavata da un uliveto alle spalle di Rapallo.

Villa Cella, antico arco, particolare

Il collegamento tra Villa Cella e l’abbazia di Borzone, inoltre, nei pressi dell’importante arteria che collegava le antiche saline di Chiavari alla Val Padana, contribuiva ad accrescere l’importanza del sito.

Il paese

Ma ritorniamo ai giorni nostri e godiamoci il giro tra le antiche mura. Oggi qui si respira un grande silenzio, immersi nella natura. E’ facile, girando per le poche stradine, lasciar correre la mente e immaginare come doveva essere la vita nei secoli passati.

Luogo isolato, in cui il trascorrere dei giorni era certamente cadenzato dall’incedere delle stagioni. I pellegrini che di tanto in tanto passavano di lì, specie nella bella stagione, probabilmente portavano notizie fresche dalle altre località incontrate lungo la via. In questo modo certamente i monaci conoscevano il mondo al di fuori delle mura del monastero.

La via del borgo

E’ plausibile ritenere, inoltre, che anche nel passato regnasse qui un clima di pace, tranquillità e silenzio, soprattutto nei lunghi e freddi inverni. La via, infatti, che conduce a Chiavari non era certamente la principale in questa zona. Così, chi giungeva da Bobbio in genere preferiva attraversare o la Val Trebbia oppure scendere verso la Lunigiana.

Per cui è auspicabile che Villa Cella rimanesse chiusa nel suo parziale isolamento, garantendo ai monaci di attendere alle loro attività, pur considerando talune situazioni di pericolo, tipiche del periodo medievale.

I resti dell’antico mulino, cui accennavo poc’anzi, costituiscono la principale attrattiva odierna del paese, anche da un punto di vista fotografico. E’ interessante notare al riguardo come la Val d’Aveto abbia altri mulini, uno dei quali, a Santo Stefano d’Aveto, pienamente operativo.

Resti dell’antico mulino di Villa Cella

Il sole comincia a calare anche nelle lunghe giornate estive, e a fatica si riprende la via del ritorno, non volendosi separare da questa tranquillità, al giorno d’oggi merce rara. L’idea di rientrare nel caos cittadino non è davvero invitante.

Come dicevo, io sono stata a Villa Cella in estate, anche se ho l’intenzione di ritornarci nel periodo invernale, per apprezzare il cambio di stagione. E poi sicuramente i già pochi curiosi che qui si spingono durante la bella stagione si ridurranno ulteriormente con l’avvento del freddo.

Ma vi terrò aggiornati…

Il borgo di Senarega nel Parco dell’Antola

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I giri fotografici in Liguria mi hanno portato un pomeriggio estivo a Senarega, borgo nel Parco Regionale dell’Antola, in provincia di Genova. Si tratta davvero di un gioiello medievale caratterizzato da una pace e tranquillità davvero invidiabili.

Perchè Senarega?

Piccolo paese che sorge in una zona naturale di pregio, e che offre una rete di sentieri non indifferente, è scrigno di un passato ricco di storia e di tradizione contadina che risale al XIII secolo. Proprio per questi motivi, riuscire a visitare l’area del parco e fermarsi a Senarega credo sia un’occasione favorevole per trascorrere una piacevole giornata all’aria aperta.

L’antico ponte di accesso

Credo che il borgo non possa essere ascritto ad un tradizionale centro contadino, nel senso consueto del termine. Infatti, percorse le ultime curve della stretta strada, già si scorgono abitazioni che fanno pensare a un diverso lignaggio. Colpisce come, accanto a strutture contadine, vi siano costruzioni di altra fattura, sulle quali troneggia il castello Senarega – Fieschi, con la sua torre quadrata e l’annesso palazzo.

La stessa chiesa parrocchiale dell’Assunta, così imponente, con il suo organo di pregio, rivela un passato di centro popoloso della valle, posto sulla via del sale. Oggi è quasi disabitato, anche se d’estate si rianima, grazie anche alla vicinanza a Genova. Così, come si attraversa l’antico ponte e si sale la breve stradina che introduce al centro abitato, già si viene accolti dalle prime attività esistenti a Senarega.

Il borgo in pietra

Innanzitutto, il ristorante dai tipici sapori locali. Poi, il museo etnologico della vita contadina, tappa anch’esso imprescindibile. Ma anche una bottega di un’artista che qui, nella pace, riesce a creare rivisitazioni che ben si sposano con la struttura del piccolo borgo.

Le curiosità del borgo

Già ho parlato delle principali attrattive di Senarega, ma forse quello che attira di più è la possibilità di camminare al suo interno senza il consueto traffico carrabile. infatti, come già detto, il paese sorge a lato della strada che prosegue per raggiungere altre località della zona, quindi per visitarlo bisogna parcheggiare l’auto e proseguire a piedi.

Le viuzze lastricate che si inerpicano sulla collina sono un piacevole preludio allo spettacolo delle case in pietra che si susseguono. E’ una buona occasione per un servizio fotografico, credo in tutte le stagioni dell’anno. Io ci sono andata sul finire dell’estate, ma, risultando zona da galaverna, credo che in inverno offra scenari unici.

Il museo a tappe della Valle Scrivia

Ho apprezzato molto come ci abbiano offerto le chiavi del museo per andare a visitarlo, una semplicità di gesti e fiducia davvero rari oggigiorno.

Il museo dedicato all’ambiente della stalla merita una sosta, non fosse altro per ammirare gli oggetti che sono stati rinvenuti e così conservati a futura memoria, ma anche per assaporare uno stile di vita che sembra così lontano da noi, eppure risale a non più di un paio di generazioni fa.

Oggetti all’interno del museo di Senarega

E’ bello imbattersi negli strumenti usati nell’indotto che derivava dalla stalla. I pannelli illustrativi consentono di ricostruire la vita della valle, con la stalla come luogo di aggregazione nei mesi invernali. Ma la stalla intesa anche come fucina per la fabbricazione dell’utensileria domestica. Non solo, nella stalla si era usi alla fienagione, alla produzione del formaggio, al ricovero del fogliame dai boschi per la produzione dello stallatico. Insomma, una vita che pulsava, al ritmo cadenzato delle stagioni, all’interno delle mura in pietra della stalla.

Consiglio anche di leggere i pannelli illustrativi e i fogli scritti dagli ultimi testimoni della zona, anche per capire quali sono le radici storiche di un’area che ha molto sofferto e molto lavorato.

Un’ultima vista di Senarega

Nel giro ad anello tra le stradine, prima di riconsegnare le chiavi a chi ce le aveva offerte, ecco incrociare una signora intenta a trasformare gli oggetti in un’arte che si plasma con l’ambiente circostante. E’ un momento assolutamente piacevole ed imperdibile, che ci fa scoprire come si possono riadattare oggetti antichi, o addirittura vecchi, restituendogli vita e giovinezza.

Un po’ di fantasia e il borgo riprende vita

Quando sta per calare il sole l’aria diventa piacevolmente più fresca, e a fatica si sale in auto per far ritorno alla città, nella sua calura notturna. Il ristorante, con i suoi spazi all’aperto, favoriti da questa situazione emergenziale, indubbiamente è una grossa tentazione.

Mi sono comunque riproposta di tornare a Senarega in una bella giornata di sole, magari tra dicembre e gennaio, quando il clima rigido trasforma il paesaggio, e il profumo della legna che scoppietta nel camino ci avvolge di un’atmosfera agreste.